Nichilista, terrorista, “demone” secondo la lettura che ne darà Dostoevskij, Nečaev è passato alla Storia – quella con la S maiuscola – come un folle scriteriato, un esaltato, un freddo omicida. La sua opera più nota, il Catechismo del rivoluzionario, è stata al più oggetto di studio da parte di qualche accademico, incuriosito da quel particolare periodo della storia russa in cui zar, generali e gendarmi venivano giustiziati nella pubblica via dalle varie formazioni cosiddette “nichiliste”.
Un’aporia storica, uno sbandamento nel corso degli eventi rispetto alla Rivoluzione – anche qui con la R maiuscola – che condurrà i Soviet alla presa del potere, alla NEP, alle purghe staliniane.
In questo articolo, che abbiamo tradotto da Lundiam, Erawan Sommerer sceglie di riprendere il pensiero di Nečaev, di strapparlo dall’alveo in cui è stato relegato – non solo dalla propaganda statalista, ma anche da una parte del pensiero anarchico e marxista – per riattualizzarlo, svelandone innanzitutto la lungimiranza e il carattere premonitore.
Riprendendo le tesi di De Feo, Sommerer individua nella distruzione uno dei concetti chiave dell’opera nečaeviana: per rompere la macchina istituente (Stato–rivoluzione–Stato) è necessario elaborare un pensiero negativo che parta dalla consapevolezza della propria condizione di disperazione, prodotto del nichilismo dell’apparato statale-tecnologico-militare. Un pensiero che «assuma su di sé l’annientamento sociale dell’esistente, ponendo sé stesso come condizione e come distruzione di questo processo, riscoprendo in tale condizione il valore liberatorio dell’azione distruttiva dell’esistente […], liberando, attraverso il processo di distruzione ‘totale, inesorabile e generale’ dell’ordine attuale, nuove forze e nuovi soggetti sociali» (De Feo, 1992).
Il proletariato che ne deriva non può che essere diffuso, anonimo, non rappresentabile: prodotto di una logica di annientamento che solo nel riconoscersi simultaneamente come prodotto e come soggetto dell’annientamento del sistema di dominazione può aprire all’evento.
Distruzione totale come garanzia della liberazione della rivoluzione sociale dalla rivoluzione politica, per scongiurare il riformarsi di nuovi rapporti di dominio e sfruttamento. L’azione rivoluzionaria diventa così mezzo puro, gesto, capace di spezzare definitivamente la logica del terrore.
Il Catechismo, aspetto su cui Sommerer non si sofferma direttamente ma che De Feo riconosce, diventa da subito immediatamente operativo, attraversa sotterraneamente le lotte del nuovo proletariato immigrato negli Stati Uniti di fine Ottocento, passa dall’insurrezione della Ruhr e dalla guerra civile spagnola, fino a riemergere nel presente. A ricordare che senza distruzione non vi è rivoluzione se non istituente, e che senza distruzione, come ha spiegato Idris Robinson , la destituzione resta confinata nello spazio inoffensivo del discorso accademico, o del riformismo.
Di Necaev spesso si conosce solo il suo “Catechismo del rivoluzionario”, che è un testo molto valido. Ma ce ne sono altri, altrettanto importanti, scritti in pochi mesi tra il Marzo e l’Agosto del 1869. Sono pamphlet che meritano di essere letti, poiché il loro contenuto rivela una profonda consapevolezza del dominio dello Stato e del Capitale sugli individui – perfino nei loro tentativi di pensare una società alternativa – e descrive l’esigenza di assoluta negatività che ne deriva.
In quel periodo Necaev è in esilio a Ginevra, dove viene accolto da Bakunin. Quest’ultimo, senza offesa, è qui solo un personaggio secondario. Ha contribuito alla stesura dei testi, ma le idee, violente e intransigenti, lo superano. È un semplice spettatore, affascinato e sbalordito dalla radicalità della nuova generazione rivoluzionaria russa.
È la prima generazione nichilista, nata negli anni Quaranta dell’Ottocento. Ha avuto il suo primo martire: Karakozov, impiccato nel settembre 1866 per aver tentato di assassinare lo zar. Questo sacrificio ha portato il nichilismo fuori dalla letteratura, rimandando il Bazarov di Turgenev ai suoi tiepidi tentennamenti. Per Necaev, Karakosov è il «prologo» che annuncia le distruzioni a venire. Ma egli misura l’ampiezza del compito di fronte al grande enigma del pensiero rivoluzionario: quale strategia adottare in una situazione di alienazione così forte, così intensa, tanto che le rivolte stesse diventano modi di perpetuare lo sfruttamento? Altri hanno cercato una risposta a questo quesito: Benjamin, Debord, Marcuse, ecc. Tutti hanno capito che una rivoluzione poteva essere solo un volgare meccanismo di mantenimento del sistema. Ma allora, che fare?
È la grande domanda, posta già nel 1863 da Černyševskij. Tra la primavera e l’estate del 1869, Necaev dà la sua risposta. Essa è impregnata dello spirito brutale del pensiero russo del suo tempo, estraneo a ogni sofisticatezza occidentale. Soprattutto, raggiunge un grado di radicalità tale che nessuno, da allora, si è mai spinto così lontano. Si tratta quindi di una pietra miliare, un punto di massima intensità rispetto al quale ognuno può valutare i propri limiti. E poiché l’enigma non è mai stato risolto – e certamente non da Lenin – e costituisce ancora oggi una sfida strategica per il pensiero rivoluzionario, non è inutile ascoltare ciò che Necaev aveva da dire.
La sua risposta identifica diversi livelli di distruzione dell’ordine esistente, che descriverò uno dopo l’altro.
Morire per cambiare padrone
Necaev parte da una constatazione: «nessuna rivoluzione ha ancora avuto luogo tra i popoli».1 Ciò non significa che tutte le rivoluzioni siano fallite. Alcune, almeno in apparenza, hanno trionfato. Ma le rotture che pretendevano di instaurare nascondevano tutte una continuità di fondo:
«Gli uomini di Stato, vestiti con questo o quel costume liberale di pacotille, hanno condotto le folle con discorsi inebrianti a una lotta sanguinosa per poi, dopo la vittoria, erigere nuovi patiboli e nuove forche tra i cadaveri degli uomini caduti per la presunta libertà(…). Hanno ripristinato le precedenti condizioni di oppressione. Gli ambiziosi hanno sempre approfittato del malcontento e dell’irritazione del popolo per soddisfare le loro ambizioni. Rivoluzionari e democratici all’inizio, alla fine si sono trasformati in despoti».2
Queste pseudo-rivoluzioni si sono accontentate di «rovesciare una forma politica per sostituirla con un’altra».3 Così, la più formidabile ambizione rivoluzionaria può essere solo un aggiustamento superficiale, interamente inscritto in limiti che rimangono intoccabili e persino impensabili.
Per superare questi limiti, è necessario smettere di fermarsi «davanti alla proprietà e alle tradizioni (…) della cosiddetta civiltà».4 L’obiettivo deve essere la «distruzione definitiva del sistema statale»5 e «l’abolizione radicale di tutte le strutture sociali, delle forze, dei mezzi, delle cose e degli uomini (…), di tutto ciò che esiste e trionfa oggi (…) per la sventura del popolo».6 È necessaria «una rivoluzione che distrugga alle radici ogni governo e rovesci tutte le tradizioni dell’ordine e delle classi».7
Necaev indica qui i due nemici fondamentali e indissociabili – lo Stato e la proprietà – che devono assolutamente essere pensati e distrutti insieme, senza che ne rimanga nulla e senza che nessuno dei due abbia la priorità sull’altro nell’ordine della demolizione. Non si tratta più di morire invano per cambiare padrone, ma di annientare ogni possibilità strutturale di emergenza di un nuovo padrone: il punto di esteriorità rispetto all’ordine esistente può essere raggiunto solo se si misura con precisione il grado di abolizione delle forme antiche necessario per una vera rottura.
Pandistruzione / amorfismo
Necaev, prendendo atto del fatto che ogni rivoluzione parziale è una rivoluzione fallita, assume quindi la tabula rasa. È ciò che egli chiama pandistruzione – la distruzione totale dell’ordine esistente –, unica via verso una situazione di amorfismo, cioè lo stato di scomparsa assoluta di tutte le forme sociali e istituzionali:
«Se tutte le forme esistenti sono sbagliate, forme totalmente nuove potranno nascere solo quando nessuna delle forme esistenti sarà sopravvissuta alla distruzione; ciò significa che forme totalmente nuove potranno nascere solo con l’amorfismo. In caso contrario, se alcune delle vecchie forme – anche solo una – dovessero sopravvivere, sopravviverebbero anche le radici delle forme precedenti e la possibilità che queste ricrescano in abbondanza. Il cambiamento sarà solo apparente e temporaneo e i sacrifici e il sangue con cui è stato conquistato saranno stati sprecati invano».8
La minima persistenza del vecchio mondo sarà lievito della sua rinascita al di là dei tentativi di abbatterlo. Una sola istituzione, una sola traccia delle gerarchie socio-economiche in vigore e la sopravvivenza di un solo governante permetteranno il ritorno delle vecchie abitudini e di tutte le strutture di potere. Ecco perché è importante non tirarsi indietro di fronte allo scoppio della «terribile insurrezione popolare pandistruttiva».9
La pandistruzione è il mezzo, l’amorfismo il risultato. Conquistare il punto di esteriorità, uscire dall’ordine positivo per essere sicuri di non muoversi più all’interno del sistema che si vuole abbattere, impone di dispiegare una negatività assoluta.
Il piano negativo
L’amorfismo si ottiene solo a determinate condizioni. Occorre innanzitutto rinunciare a immaginare un’organizzazione alternativa dall’interno dell’ordine esistente. Necaev– che non difende affatto l’opzione federalista in voga tra gli anarchici – denuncia coloro che sostengono che «non si deve distruggere senza possedere un piano di ricostruzione rigorosamente elaborato».10 Una tale pretesa è assurda ai suoi occhi: «poiché [se] i materiali che serviranno a queste elucubrazioni sono presi dalle infami condizioni esistenti, si ottiene un risultato identico, la stessa infamia».11
Pertanto, ogni riflessione precoce sul mondo post-rivoluzionario è inevitabilmente permeata dai valori e dai pregiudizi vigenti. Ecco perché è necessaria una rigorosa separazione tra i compiti di distruzione e di creazione:
«Il concetto di rivoluzione comprende, dal punto di vista temporale, due fasi radicalmente opposte: l’inizio, epoca della distruzione delle forme sociali esistenti, il suo proseguimento fino alla loro scomparsa, e la fine, epoca della creazione, cioè della costruzione di forme radicalmente nuove a partire da questa situazione di amorfismo. (…) La distruzione non è affatto creazione ed è incompatibile con essa».12
È necessario comprendere appieno questa separazione. Sebbene parli ancora di un «inizio» e di una «fine», è l’idea stessa di temporalità che Necaev mette in discussione qui, difendendo l’assolutezza della fase iniziale: «la distruzione totale è incompatibile con la creazione e, per questo motivo, deve essere esclusivamente, assolutamente unica».13
L’obiettivo è quello di spezzare il legame di continuità tra i due momenti. Proiettarsi oltre la rottura significa neutralizzarla. Affrettarsi a immaginare il futuro mentre la rivoluzione è ancora da compiere, credere di poter vedere oltre le forme consolidate mentre se ne subisce l’influenza, equivale a lasciar parlare i determinismi esistenti: non è possibile superare il nulla che la pandistruzione deve generare senza portare con sé i modi di pensare e di agire propri del vecchio mondo. Affinché il futuro torni ad essere pienamente ciò che deve essere – incerto e imprevedibile –, occorre prima allontanarsene, vietarsi di immaginarlo e dare la priorità alla creazione delle condizioni in cui la sua esistenza sarà nuovamente possibile.
Smettere di pensare contemporaneamente alla distruzione e alla creazione equivale quindi a instaurare una discontinuità e un’incommensurabilità radicali tra il momento della rivoluzione e ciò che potrà essere definito come un «dopo» solo nel caso in cui si realizzi l’amorfismo, quando il tempo vero – e non il presente infinito della riproduzione del dominio – riprenderà il suo corso.
Rifiutando ogni «piano positivo », Necaev può quindi affermare: «abbiamo un unico piano negativo e invariabile, quello della distruzione spietata».14
L’abolizione del pensiero
Necaev mescola il pessimismo di una generazione nichilista pienamente consapevole dei determinismi che la vincolano e della propria situazione di alienazione sociale ed economica, con un attivismo intransigente volto ad abolire questi determinismi distruggendo le strutture che li generano.
Nulla deve quindi ostacolare la negatività rivoluzionaria, che include il pensiero in tutte le sue dimensioni poiché proviene dal mondo che bisogna distruggere. Dall’interno dell’intricata rete dei determinismi, quando ogni idea è prodotta da forze istituzionali ostili, l’unico criterio di orientamento – l’unica via per conoscere la linea giusta – è l’azione rivoluzionaria, alla quale ogni attività intellettuale deve essere sottomessa:
« Per noi, il pensiero ha valore solo nella misura in cui può servire alla grande causa della pandistruzione radicale e totale. Nessuno dei libri che esistono oggi contiene questo pensiero. Coloro che studiano l’opera rivoluzionaria nei libri saranno sempre rivoluzionari oziosi. Il pensiero in grado di servire la rivoluzione popolare si elabora solo a partire dall’opera rivoluzionaria del popolo: deve essere il risultato di una serie di esperienze e di manifestazioni pratiche che tendono tutte allo stesso fine, con ogni mezzo, in modo incrollabile, quello della distruzione spietata. Tutto ciò che non segue questa via ci è estraneo e ostile ».15
Il pensiero e l’azione devono essere intrecciati e convalidarsi reciprocamente al punto da non poter più essere distinti l’uno dall’altro . Debord, a distanza di un secolo, non dirà altro: « […] bisogna realizzare la fusione della conoscenza e dell’azione, in modo tale che ognuno di questi termini riponga nell’altro la garanzia della propria verità».16
Ma il significato stesso dell’azione può essere travisato. È solo una parola priva di significato se non mira all’amorfismo:
«Abbiamo perso ogni fiducia nelle parole; la parola ha senso per noi solo se (…) l’azione la segue immediatamente. Ma tutto ciò che oggi chiamiamo azione è ben lontano dall’essere azione. (…) Le uniche manifestazioni concrete sono per noi la serie di azioni che distruggono realmente qualcosa: ogni persona, ogni cosa o ogni relazione sociale che ostacola la liberazione del popolo».17
Qui tutto è subordinato allo scopo finale. Il valore delle idee e delle azioni dipende dalla loro capacità di realizzare l’intento rivoluzionario.
La scienza e la morale della distruzione
Questo utilitarismo della distruzione si applica alla scienza e alla morale. Pertanto, la prima ha valore solo se serve il popolo e la rivoluzione e non più gli interessi «dello zar e del capitale».18
Il rivoluzionario deve preferire «la meccanica, la fisica, la chimica e persino la medicina»19 perché per lui sono strumenti. Allo stesso modo, se «studia giorno e notte la scienza vivente degli uomini, dei caratteri, delle posizioni e di tutte le condizioni della società attuale, in tutte le sfere possibili», è perché il suo «obiettivo è la distruzione più rapida possibile di questa società infame».20
Anche la morale si definisce solo in relazione all’obiettivo dell’abolizione dello Stato e della proprietà. In tutti gli altri casi, quando rafforza le istituzioni dominanti o i costumi vigenti, il rivoluzionario la disprezza e ne rifiuta le prescrizioni: «ciò che è morale, per lui, è tutto ciò che contribuisce al trionfo della rivoluzione. Ciò che è immorale e criminale per lui è tutto ciò che glielo ostacola».21
L’unico criterio per distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto o il bene dal male, è quindi l’efficacia pandistruttiva.
Rifiutare di fondare: il nichilismo anti-costituente
Resta da interrogarsi sul futuro degli stessi nichilisti una volta realizzato l’amorfismo. Necaev è coerente: se le rivoluzioni falliscono nel rompere la continuità dell’oppressione, è perché i rivoluzionari si riservano in anticipo i posti migliori nelle istituzioni future. Perciò non si arroga nessun privilegio di questo tipo per sé e per i suoi compagni. L’obiettivo non è la conquista del potere, ma la distruzione delle condizioni stesse che lo rendono possibile.
«La generazione attuale deve iniziare la vera rivoluzione, iniziare a sconvolgere totalmente tutte le condizioni della vita sociale; deve distruggere tutto ciò che esiste, senza riflettere, senza distinzioni, con l’unica considerazione che ciò avvenga il più rapidamente possibile e nella misura più ampia possibile. Ma poiché questa generazione ha subito l’influenza delle condizioni di vita ripugnanti contro cui si ribella, l’opera di creazione non può spettarle. Quest’opera tocca alle forze pure che si manifesteranno nei giorni del rinnovamento. Noi diciamo: le atrocità della civiltà moderna nella quale siamo cresciuti ci hanno privati della capacità di edificare il paradiso della vita futura, del quale non possiamo sapere nulla di preciso, se non che sarà l’esatto contrario degli orrori presenti ».22
La rigorosa separazione tra distruzione e creazione si applica quindi anche ai nichilisti stessi. Questi ultimi sono una generazione non fondatrice, anti-costituente, che non si considera affatto un’élite destinata a prendere in mano l’organizzazione di una società futura. Di quest’ultima non si può comunque sapere nulla, se non che sarà la realizzazione della promessa quasi profetica di un mondo capovolto, l’opposto assoluto del dominio e dello sfruttamento: questa generazione accetta di essere solo negativa e rinuncia a credersi fondatrice.
L’abolizione di sé
Nel momento stesso in cui rinuncia a ogni pretesa costituente, il rivoluzionario deve accettare la possibilità che la pandistruzione sia anche la sua fine. La violenza divina, diremo in termini benjaminiani, è una violenza autodistruttiva. Da qui uno dei passaggi più famosi del Catechismo del rivoluzionario:
«Il rivoluzionario è un uomo condannato. Non può avere interessi, affari, sentimenti, legami, proprietà, nemmeno un nome. Tutto in lui è assorbito in un interesse unico ed esclusivo, in un pensiero unico, in una passione unica: la rivoluzione».23
Si può naturalmente darne un’interpretazione letterale. Il rivoluzionario è pronto al sacrificio, assume pienamente il suo ruolo di martire: «senza pietà per lo Stato e per le classi dominanti della società; non si aspetta alcuna misericordia da loro. Tra loro e lui esiste una guerra all’ultimo sangue, silenziosa o esplicita, continua e implacabile».24 È «per questo mondo un nemico senza pietà» e, se accetta di viverci, «è solo per distruggerlo più efficacemente».25 Questo è il messaggio che hanno ascoltato e compreso i membri di Narodnaïa Volia che nel marzo 1881 riescono dove Karakozov aveva fallito, uccidendo lo zar prima di essere impiccati. Necaev, che era uno dei loro maestri di pensiero, morirà nel 1882 nella cella in cui era rinchiuso da quasi dieci anni. Non solo la generazione della distruzione accetta di lasciare ad altri il compito di fondare un mondo nuovo, ma non pretende nemmeno di sopravvivere alla rivoluzione.
Si può tuttavia andare oltre: il rivoluzionario sa di essere condannato in anticipo perché ha capito che «tutto ciò che costituisce l’individuo, i suoi tratti distintivi, gli viene inculcato dall’esterno, sotto l’influenza generale dell’insieme delle condizioni sociali».26 Da quel momento in poi, la pandistruzione, che abbraccia tutti i rapporti socio-economici, annienterà anche i ruoli, i comportamenti e gli stili di vita prodotti dal sistema.
In altre parole, il rivoluzionario necaeviano sa che la rivoluzione spazzerà via le vecchie identità e che nulla di ciò che lo definisce sopravviverà alla rottura. È consapevole che non potrà essere all’altezza del suo compito «se rimpiange qualcosa di questo mondo»27 e intraprende con piena consapevolezza la dissoluzione simultanea dell’ordine vigente e della propria esistenza, soggetta ai determinismi di tale ordine. Negando il mondo in cui vive, il rivoluzionario nega sè stesso.
La ferocia del popolo
Molto è stato scritto sulla fascinazione di Necaev per la formazione di un’avanguardia freddamente disciplinata. Ma il necaevismo non è un blanquismo: in nessun momento si tratta di sostituirsi al popolo nella conduzione della rivoluzione e nella creazione del mondo post-rivoluzionario.
Certo, egli immagina che un gruppo di individui organizzati, pronti al sacrificio, possa contribuire alla rivolta popolare. Così, uccidere «i tiranni del popolo» – cioè tutti coloro che servono o sostengono il regime, e di cui Necaev, un po’ alla maniera di Marat in L’amico del popolo, fa un elenco dettagliato – potrebbe «creare le condizioni favorevoli all’insurrezione generale contro l’ordine statale e il sistema delle gerarchie sociali».28 In altre parole, ci si può rendere utili preparando il terreno. Ma l’obiettivo dei nichilisti è soprattutto quello di partecipare alle rivolte e alle insurrezioni in modo da facilitarne il coordinamento e la trasformazione rivoluzionaria complessiva: « per unire tutte queste rivolte isolate in un’unica rivolta generale e pandistruttiva, cioè in una rivoluzione popolare, dobbiamo partecipare noi stessi nel modo più attivo, più franco e più audace a ciascuna di esse».29
È quindi molto più dal lato del narodnismo che bisogna cercare il rapporto da stabilire con il popolo. L’orizzonte non è solo la fusione delle rivolte in un’unica grande rivoluzione, ma anche la fusione dei nichilisti con il movimento popolare. Così Necaev può dire al popolo: «accoglieteci quindi nelle vostre file senza dubbi né indecisioni, affinché possiamo continuare a seguire, mano nella mano, insieme, uniti, come un unico corpo, il cammino della purificazione che conduce alla nuova vita».30
Qui l’abolizione di sé, la rinuncia alla propria identità, avviene nell’azione rivoluzionaria.
Questo diventare-popolo del nichilista non mira tuttavia, come nel caso dei narodnisti, a rivelare un’organizzazione ideale la cui preconoscenza risiederebbe nel popolo. Il popolo non detiene in anticipo alcun privilegio costituente. Esso è innanzitutto forza negativa, un operatore di discontinuità senza progetto positivo, senza essenza predeterminata, che si definisce attraverso il compito di cancellare totalmente l’ordine esistente.
Ciò implica l’attuazione di un grado di conflittualità tale da rendere impossibile qualsiasi forma di riconciliazione: «in questa guerra non può esserci né avvicinamento né giusto mezzo. Uno dei due avversari deve soccombere: lo Stato (…) o il Popolo».31 Il ricorso alla violenza rivoluzionaria deve impedire qualsiasi intesa, qualsiasi inserimento dei due campi antagonisti nello stesso sistema: la vera rivolta è insussumibile e vieta qualsiasi sintesi dialettica con il nemico. Acquisisce così quella «straordinaria nitidezza», quella «perfezione» di cui parlava Sorel32 quando la società non conosce più che due campi inconciliabili. E a coloro, liberali o riformisti, che se ne stupivano, Necaev rispondeva: «la ferocia dei governanti ha generato, legittimato e reso necessaria la ferocia del popolo».33
In questo senso, il popolo necaeviano può essere inteso come la soglia di irreversibilità della negazione. È l’annuncio della pandistruzione totale senza possibilità di ritorno, un passaggio verso l’indeterminato – condizione per l’espressione successiva di una vera volontà politica, quindi di un processo di creazione pienamente fondato sul nulla.
Il «piano negativo» di Necaev ambiva a essere all’altezza della dominazione totale dello Stato e del Capitale sugli individui: la rivoluzione deve essere l’anti-Leviatano, il suo esatto rovescio, un assolutismo della negatività. Anch’essa deve assumersi il compito di essere totale, non lasciare nulla al di fuori di sé e attaccare tanto le istituzioni – e coloro che le incarnano – quanto la morale, la scienza e i rapporti sociali, tutte espressioni della schiavitù umana. È un nulla grezzo, fatto di un unico blocco, nato dall’incontro contraddittorio tra due mondi: quello degli zar, dei mujik e degli abreki, dove l’azione rivoluzionaria conserva le impronte delle pratiche tirannicide antiche, dove si pensa che uccidere i re porrà fine all’oppressione; e quello dei marxisti e degli anarchici occidentali più sofisticati e civilizzati, che vivono in un mondo pienamente capitalista e ragionano in termini di strutture.
Da questo Occidente con cui non si identifica e che lo tratterà come un pazzo, Necaev prende in prestito la comprensione dei compiti rivoluzionari – non alcuni agenti dello Stato da uccidere, ma un intero sistema da abolire – ma rifiuta il suo ottimismo razionalista e la sua pretesa di disegnare i piani di una società ideale futura. Disprezzando i «cuori teneri e sensibili delle persone istruite», accetta di formulare una sola promessa, quasi messianica, quella della «giustizia popolare a cui dovrà essere sottoposto l’intero mondo civilizzato quando verranno i giorni della redenzione».34




