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La strategia della separazione

Feb 10, 2024

Affilare un punto di vista rivoluzionario per attaccare il presente è l’orizzonte. Prendere parola in un dibattito che ancora non esiste, inoltrarsi in un banco di nebbia e uscirne fuori con un abbecedario. Gli anni che sono trascorsi hanno devastato le ultime fragili certezze che ancora tenevano in piedi la politica rivoluzionaria. Pochi tentativi e barlumi di chiarezza hanno indicato dei sentieri, mentre tutto intorno si brancola nel buio. Per uscire da questo buio bisogna in primo luogo trovarsi in mezzo ad esso, metterlo a fuoco. A forza di tentativi, partendo da una condizione situata dentro il buio, si devono disegnare delle mappe. Trovare le parole che mancano, sottrarci alla stanchezza che ci consegna al linguaggio del nemico, individuare tra i balbettamenti e sotto la superficie i contorni del proprio campo. Il presente è non contemporaneo, gravido delle sconfitte del passato e dell’intelligenza presente di chi comanda. I dominatori hanno scompaginato le carte, indossano maschere e usano idiomi che possono farci dubitare degli assi del conflitto. Il progresso, la solidarietà e tutto ciò che appartiene alla sinistra sono la razionalità principale del governo, «società» e «ambiente» nominano tecniche di annessione imperativa ad un potere che è tecnico e politico, morale e ideologico, scientifico e poliziesco. Un potere che assume le fattezze dell’universale, di una sintesi che non è solo quella invisibile della tecnologia, dei dispositivi e dei flussi che regolano i nostri comportamenti con la spinta gentile della comodità, con lo sfondo di soluzioni coattivamente suggerite da schermi e identità digitali, intrattenimento e procedure.

Questo universale diventa invece, a contatto con il reagente dell’emergenza, quello che è sempre stato: imposizione violenta e ricattatoria, obbligante, che si tinge con l’ultima istanza della Morale, della Verità, della Ragione e del Bene Comune. Una sintesi imperialistica ed immanente che cancella ciò che la intralcia, un tessuto biopolitico continuo che non deve essere interrotto. Contro chi sfugge ad un regime di verità ideologico, per quanto totalizzante, c’è un’inimicizia feroce e politica che ha comunque dei limiti e una relatività: quale annichilente miscuglio di accondiscendenza, deprezzamento e cura spetta invece a chi nega l’imminenza del pericolo comune e la responsabilità di combatterlo? L’emergenza sociale, sanitaria, climatica o democratica riguarda tutti, è supportata da dati obbiettivi, è un’evidenza a cui non è permesso sottrarsi e contro cui non esistono ragioni. Appropriazione linguistica ed ethic washing sono epifenomeni contemporanei del torto ancestrale che l’uomo della parola consuma sulla pelle dell’uomo del bisogno, il quale sente sul corpo e al di là dei discorsi che è stato truffato. La truffa è un uso della parola che si confonde con la realtà, che scava alla radice le certezze sensibili rendendole fiacche, insinuandovi il dubbio. Contro di essa l’uomo del bisogno – il bisogno di verità e di comunicazione prima di tutto – sente di poter reagire solo con la violenza muta (Dionys Mascolo).

Ciascuno di noi ha personalmente assistito mille volte al grande spettacolo del dialogo tra un uomo semplice e un esperto del linguaggio chiaro. L’uomo del linguaggio chiaro parla, avanza delle ragioni, si appoggia su argomenti innumerevoli: lui solo dispone dell’arsenale degli argomenti. Ha dunque il vantaggio. È irrefutabile. Ha l’ultima parola. L’altro, colui che non ha linguaggio chiaro perché la sua situazione, che non ha idealizzato, non è chiara, non può alla fine che tacere, e sembra ammettere il suo torto. L’istante dopo lo troviamo umiliato, ma persuaso di aver ragione, senza una chiara ragione. Gli sembra allora che la sola violenza avrà forse ragione del linguaggio chiaro che gli dà torto. Ed è giusto. Il linguaggio chiaro è una semplificazione. È la semplificazione idealista. Per essere all’altezza della mancanza di chiarezza della rivoluzione, bisogna prima aver rinunciato all’illusione razionale del linguaggio chiaro.1

Le rivolte che si susseguono contro la normalità, l’emergenza, i confinamenti sanitari o la polizia, i non movimenti che danno sfogo a questa enorme febbre di rigetto che è una presa di parola selvaggia, anti-ecologica, antisociale e irrazionale, sono precisamente questo.

L’umanità si pone domande a cui non può ancora fornire le soluzioni. Sia perché non esiste un soggetto che risponda a questo nome, una comunità di specie dietro la comunità del capitale, sia perché il linguaggio che designa i problemi è una moneta falsa. Se «solidarietà» significa mobilitazione di guerra, sorveglianza panottica e marginalizzazione di chi dissente, egoista e disumano è chi dimostra, a partire da dove si trova, che l’accettazione supina ha dei limiti. La novità che contrassegna l’attuale regime epistemologico è che le stesse insegne del legame sociale e della scienza diventano il puro sinonimo della forza governamentale e nient’altro. Sotto i nostri occhi c’è un pluralismo di credenze e rotture epistemologiche sul fondo della realtà, visioni alternative proliferano, le narrazioni e i nuclei di verità si dividono e moltiplicano sul piano neutro e orizzontale di una stessa arena pubblica dell’espressione digitale in cui il criterio di certezza si perde, non esiste o genera sospetto. Scientifica è soltanto la misura, la legge e l’imposizione che si decide essere tale. Morale e responsabile è il comportamento che asseconda la prosecuzione del circuito ordinario di produzione e consumo, pericoloso e nichilista chi invece lo blocca od ostacola. Lavoro, consumo e circolazione stanno dalla parte del bene, protesta, indisponibilità e anche solo il dubbio, sono antropologicamente fuori dallo spettro dei moventi degni.

Primo passaggio

Deve essere messo a tema a fini strategici il modo in cui questa nuova morale e questa nuova epistemologia si intersecano a tutto il continente di articolazioni digitali che viene eufemisticamente riassunto con l’etichetta di «intelligenza artificiale»: un complesso di opzioni di default, costrizioni invisibili e situazioni obbliganti che si sostanziano nei dispositivi tecnologici e che indirizzano i nostri comportamenti per assumere un accumulo incrementale, un quid di potere rinnovato ad ogni gesto, atto, scelta. Dietro queste opzioni e questi tracciati c’è la chiusura circolare di classificazioni continue – un’idea stessa di classificazione, mascherata ed incrostata nella matrice della tecnologia (Kate Crawford, Dan McQuillan)2 – che racchiude l’arcaico sotto i velami del progresso. Le antiche forme di oppressione sono superficialmente pitturate con lo smalto delle nuove, appena tinte di calcolo algoritmico, come in quelle interfacce telematiche che simulano le risposte di un’IA per il piacere dell’utente, occultando l’esistenza di un operatore umano. Quando si parla del potere algoritmico si deve tenere a mente che i dispositivi di classificazione ed intelligenza artificiale non descrivono affatto – con le loro percentuali di accuratezza previsionale ed esattezza scientifica – i soggetti e i comportamenti dei quali pretendono di riportare la realtà e su cui inducono a prendere decisioni, ma li creano attraverso le proprie categorie. L’estrazione di dati e la loro imposizione agiscono tramite effetti di feedback, loop performativi che si reiterano e cristallizzano i loro risultati con una verifica di ritorno, un adeguamento dei soggetti alla verità prodotta su di essi. Ricorsività e performatività sono gli elementi che rendono il dato efficace e a loro volta lo confermano, producendo l’illusione superficiale e razionalistica di uno sguardo disincarnato che non si trova in nessun luogo.

Quest’idea di classificazione determina, ogni volta che ritaglia un’etichetta su qualcuno, l’ingiunzione a conformarsi alla verità positiva che l’apparato di oggettivazione propone come quadro scientifico su quella classe di individui, portando ad un grado addizionale di consolidamento del dato nel tornante successivo della spirale di rafforzamento (Curcio)3. Se non stupisce affatto che i software algoritmici applicati all’organizzazione del lavoro, alla carcerazione, al funzionamento dei tribunali o all’assegnazione dei sussidi, ricalchino gli abnormi bias razzisti e misogini, la profonda violenza di classe inscritta nella visione del mondo – e quindi negli archivi di dati – delle istituzioni da cui dipendono, bisogna tener bene in considerazione che in tutto ciò non c’è nulla di essenzialmente nuovo. L’utilizzo di criteri matematici per coprire la circolarità operativa del proprio frame di indagine strumentale (con il risultato che viene plasmato e consolidato a ogni nuovo uso dello strumento) il razionalismo psicotico e l’idea positivista di modellare la divisione ottimale di cose, comportamenti, tipologie di persone, è quanto accomuna la sfera dell’IA al devastante portato di violenza epistemica che è un lascito del suo antenato diretto, la scienza statistica. Che tutto l’armamentario di questa scienza sia intimamente penetrato, fin dalla sua nascita, al sistematico programma di darwinismo sociale, suprematismo razziale ed eugenetica perseguito da tutti i suoi padri fondatori – da Spencer a Galton, da Grant a Pearson – con un’istanza trainante di definizione e promozione delle caratteristiche «fittest»per il rafforzamento e la riproduzione della macchina sociale, non impedisce che il suo vocabolario e le sue lenti siano consacrate ancora oggi al cuore dello sguardo dello stato. Un cuore trapiantato al centro dell’algoritmo, dove la «datificazione» del mondo non riflette nulla ma induce, impone e recinta: è per la tremenda efficacia rispetto a questo obbiettivo che, nonostante i suoi costanti e onnipresenti buchi conoscitivi, continua il suo percorso a tappe forzate.

Crowdworking, test e raccolta di dati vengono svolti dai soggetti espropriati in un meccanismo di riduzione a valore, a forma statica e fissa, calcolabile perché capace di una gestione probabilistica il cui fine non è conoscitivo ma strumentale: modellare l’oggetto di cui si deve restituire la verità, in un effetto di feedback che rinforza sempre di più il fondamento del dispositivo. In questa meccanica coesiste la massima virtualizzazione e un’intensità di sfruttamento che rimanda al plusvalore assoluto, un estrattivismo algoritmico che è fisico e spirituale. In questo senso gli strati di tempo arcaici si nascondono dietro la facciata smart; il presente è però non contemporaneo (Ernst Bloch)4anche perché il rimosso dell’«umano» come apertura e senso, resto rispetto alla macchina, rispetto al fondo manipolabile, emerge sotto aspetti e lessici che sono antitetici all’orizzonte del progresso e della sinistra. Una piccola e ovvia parentesi sull’evocazione dell’umano che qui viene fatta in opposizione alle sirene del «transumanesimo contemporaneo». Già Heidegger, nella sua lettera a Jean Beaufret del 1969, dice che l’umanismo come concezione metafisica non ha un’idea abbastanza alta dell’uomo, che riduce a sostanza e genere statico invece che apertura, quindi possibilità sempre incompleta. In questo senso è la metafisica applicata alla tecnica che oggi risiede nel transumanesimo, ma ancora prima in tutte le classificazioni operative nascoste dietro i dispositivi tecnologici, che dimidia l’umano per fossilizzarlo in un’identità, in un qualcosa di fermo e separabile che, una volta incasellato nel quadrillage delle informazioni raccolte su di esso, si possa trattare a piacimento. I non movimenti o i movimenti spuri che si riversano nel repertorio delle rivolte, non sono riconoscibili nella grammatica politica che si è trasmessa, lungo i decenni, intorno alle filiazioni immaginarie della sequenza del movimento operaio.

Per questa ragione tali rivolte individuando – istintivamente ma lucidamente – il proprio nemico nella figura della sinistra5, ma assumono automaticamente i tratti di ciò che reagisce alla sua logica traditrice. C’è una ragione di questo slittamento semantico: il bene comune climatico consiste nella dichiarazione di uno stato d’emergenza e nella rivalutazione del nucleare, il green è il volto della ristrutturazione capitalistica che distrugge acque e terre in nome delle energie rinnovabili, infine un esperimento di massa di esclusione dalla possibilità di esistere pubblicamente – supportato da una patente telematica – diventa l’apripista di nuovi orizzonti di socializzazione coatta. È allora comprensibile che le risposte a questi salti in avanti del comando tocchino con una sorprendente precisione – ma talvolta con una netta specularità – tutti i nuclei strategici del dominio. Le rivolte del futuro saranno anti-ecologiche e «di destra», proprio perché riconoscono nelle buone ragioni che vengono loro opposte una pura e semplice tecnica governamentale che mira a rendere muti. Non è detto, però, che l’essere proscritti da un’esistenza pubblica, ridotti all’indicibile e all’impresentabile, non sia la condizione per separazioni più ferme e agguerrite. Il cospirazionista, il no-vax, l’antioccidentale e il disertore del fronte del bene, sono una casella opaca in cui i frame informativi rischiano di incagliarsi. Non si può prevedere cosa ne verrà fuori. Dichiarare un’emergenza infinita su cui far poggiare le operazioni di potere, infine, racchiude sempre il rischio soggiacente di porre le premesse per un’emergenza autentica.

Folk devils

La questione bruciante che si pone a quei rivoluzionari che hanno il coraggio di non lasciarsi accecare, è come posizionarsi dentro questo campo. Chi ha visto nelle misure emergenziali durante il periodo pandemico una mobilitazione totale che non lascia invariati i suoi presupposti, chi legge in quello che si è giocato dietro e attraverso gli aspetti sanitari del Covid 19 un salto decisivo che lascia il segno, che non permette di ritornare a nessuna normalità, deve dotarsi di nuovi strumenti. Se il tramonto dei principi egemonici caratterizza un potere anarchico e infondato, se la crisi della rappresentazione (Camatte) lascia il valore ad operare come un guscio vuoto che si nutre di sé stesso, come nudo potere, sembra che ancora esista la possibilità di un fuori e di una secessione etica, di un buco nel tessuto di comando che si fatica a ridurre e definire. Che esista e faccia paura. I fenomeni di dissidenza incentrati sulla pandemia, la sanità, la guerra, l’unità sociale e il progresso, sono questa difformità mostruosa che, ridotta ad una serie di folk devils fotocopia (no vax, putiniano, complottista, negazionista climatico, nichilista saccheggiatore delle banlieues), riflettono un comando che è moralmente imperativo perché reagisce al vuoto di valori unitari, irrimediabilmente consegnato alla pluralità discorsiva ed epistemica. La sinistra «radicale», nel frattempo, pretende dalle rivolte una trascendenza, una visione d’insieme ed un orizzonte di senso (riconoscibile e credibile) che non ha più casa da nessuna parte e che essa stessa non conosce. Le innumerevoli invettive contro la subalternità antropologica e culturale degli insorti, il regno degli individui sovrani portatori di un modello di esistenza subalterno all’egemonia neoliberale, la sua altra faccia, tradiscono un’incomprensione di fondo su quello che le rivoluzioni sono sempre state.

La coscienza, l’essere della teoria e l’essere della classe, la determinazione positiva del progetto politico a partire dal vissuto materiale – classe in sé e classe per sé – sono ancora un circolo vizioso che si ripresenta nelle stesse modalità, prima tragedia e poi farsa. Non ci si accorge che lo stigma di oggi è quello di ieri: dal sottoproletariato italiano che incendia Piazza Statuto agli abitanti delle periferie che stupidamente e ostinatamente si prendono le merci. Qualcuno ne trae invece le spregevoli conseguenze6: l’antropologia capitalista contamina infatti le rivolte dei razzializzati con la stessa negatività selvaggia che si esprime in tutte le rivolte. Ci si affretta, allora, a tracciare le linee per tenere a distanza i barbari7.

Se è vero che lo spazio della circolazione subentra parzialmente a quello dei luoghi produttivi nell’interregno tra i repertori d’azione che segna quest’epoca di passaggio, come osserva Joshua Clover, ciò non comporta alcuna «economia politica dei conflitti». Seguendo questa idea contraddittoria si retrocede all’infinito nell’individuare il criterio che permette di capire dove sia possibile una lotta dentro la lotta e dove, invece, la rabbia popolare sia ontologicamente consegnata – come Clover ha sostanzialmente detto a più riprese sulle sollevazioni della fase pandemica – a una direzione politica reazionaria. Non resta che un’oscillazione circolare tra i due controsensi di un determinismo della composizione di classe e di un feticismo della parola. In un caso si retrocede dai repertori formali – i gesti e le pratiche – alla centralità dei soggetti, per lo più delimitati sociologicamente nella gerarchia dei rapporti capitalistici. In modo meccanico si fa allora derivare la possibilità della biforcazione dei conflitti da un ottusa lettura marxista delle frazioni sociali e della classe, ma soprattutto si cade palesemente in fallo, perché agli occhi di chiunque ci veda i non movimenti dei gilets jaunes, del Freedom Convoy, delle proteste contro il lasciapassare sanitario o perfino, anni fa, dei Forconi in Italia, sono accomunati non soltanto dallo stesso repertorio d’azione, ma anche dallo stesso bacino eterogeneo di forze sociali proletarizzate. Resta la seconda opzione, che ricaccia in pieno il prisma delle circulation struggles nell’alveo della sinistra: il discrimine per valutare le lotte riscattabili sono gli enunciati che rimandano al campo dell’emancipazione, a una lingua politicamente riconoscibile. Inutile dire che neanche questo metro funziona, ristabilendo inoltre la stupida idea liberale del conflitto politico come dialogo e scambio di punti di vista tra soggetti (Wollheben, Torino)8 invece che individuare i nodi che materialmente le lotte toccano.

In un libro che rimane tuttora tra i migliori lavori su Marx, perché ne indica i debiti metafisici verso il progetto della tecnica moderna, Kostas Axelos mostra la fallacia dell’idea che la dialettica tra due classi o forze sociali risolva la frattura in seno a una formazione storica e ne permetta il superamento: l’antagonismo dualistico è rotto da una terza forza che irrompe dall’esterno e modifica la cornice dell’esistenza storica.

Il passaggio da una tappa storica a quella seguente non risultava dalla vittoria degli sfruttati sugli sfruttatori, ma da un esaurimento interno e dalla manifestazione di una nuova «terza forza». L’antagonismo dualistico veniva soppresso e superato da una terza forza che sopprimeva e superava le due parti in lotta; i Romani conseguirono la vittoria sui Greci, e i Barbari soppressero il mondo greco-romano, incapace di sopravvivere; e il Medio Evo trovò la sua fine grazie allo sviluppo dei borghesi e «indipendentemente» dalla lotta che opponeva baroni e servi. Perciò. È possibile escludere che l’antagonismo attuale (capitalisti e proletari) venga soppresso e superato senza che vi sia vittoria definitiva degli uni sugli altri, ma sviluppo di una terza soluzione la quale può certo sorgere dall’interno?9

È di questa terza forza che si sta parlando, di questo residuo rispetto al macchinico, al visibile e al valorizzabile. Una forza profonda e nascosta, che diventa una sostanza solo quando è già presa nella macchina estrattiva e computazionale dell’algoritmo o della sorveglianza biopolitica. Per questo l’ecologia politica è, nel suo porsi come programma di soluzione razionale e di gestione delle ricadute catastrofiche della distopia capitalistica, essenzialmente estrattivismo10. Poiché incorpora e digerisce nelle reti dell’economia ciò che era invisibile alla quadratura moderna del soggetto sovrano e della tecnica colonizzatrice: la natura, i non umani, la riproduzione, il non lavoro o perfino il Fuori in quanto tale, che allora cessa di esserlo. Come Cesarano aveva visto già nel ’73, l’utopia capitale non è più soltanto la continua e sempre più disinibita espansione assimilatrice verso le risorse gratuite, l’appropriazione sfrenata che andrà a sbattere fragorosamente contro il muro dei nostri limiti biofisici, ma può e deve combinare questa faccia con l’assimilazione della coscienza ecologica in quanto sfruttamento estrattivo della coscienza di specie. Nuovi settori, nuove preoccupazioni e soluzioni per mantenere lo stesso progetto in altri modi, tenendo finalmente conto che gli attori del pianeta sono connessi. L’ecologia politica è il supplemento di vita terminale dell’economia politica.

Quello che viene chiamato il problema della composizione ruota attorno allo stesso nodo ma in parte lo fraintende: il vortice di soggettività disperse che l’universo di totalizzazione del movimento operaio lascia orfane, nell’epoca anarchica di un capitalismo senza più fantasmi egemonici, dà luogo a un disorientamento e a un campo di sperimentazione. Le politiche dell’identità possono diventare, da una morsa schiacciante, «non movimenti» che muovono da questioni parcellari e frammentate, che nel loro apice di intensità possono trascendere sé stesse e sconvolgere anche il proprio incasellamento di partenza. Nelle rivolte le schegge nel mosaico postmoderno di identikit plurali si auto-negano, come nelle vecchie stagioni rivoluzionarie doveva auto-negarsi la classe. Ma qui non c’è nessun passaggio dialettico che si svolga da solo, e nessuno se ne illude. Allo stesso tempo neppure la strategia di sommare una lotta all’altra – razzializzati più sfruttati più donne più precari più studenti più estremisti etici più… – porta da nessuna parte, proprio perché il picco dei conflitti vede i soggetti protagonisti, dai contorni già precari, sfumare ulteriormente. Allora può darsi che la questione non sia comporre le lotte a partire dalle loro ragioni e dalle differenze – con il rischio che la rete vitale delle sfumature e delle pieghe riproduca il tessuto avviluppante di una ragione politica democratica (dal parlamento delle cose al parlamento delle lotte), ma rendere irricevibili le ragioni delle lotte stesse.

Una sollevazione di automobilisti contro il costo della loro circolazione obbligata diviene il sito di emergenza di un popolo che non esisteva (un populismo estatico, lo hanno definito alcuni); l’ondata di rivolte seguite alla morte di George Floyd acquista una composizione che, al momento di massima radicalità, non è neppure più maggioritariamente nera; infine le proteste contro le misure d’emergenza sanitaria per contenere il Covid-19 contenevano in nuce l’indisponibilità di massa a lasciarsi governare. La classe non è allora una di queste caselle identitarie, in cui la forza sovversiva viene ridotta a genere statico e fondo di governo, ma proprio l’anonimato che affiora quando queste caselle sono rotte. E quindi, ovviamente, non è classe e non può essere classificata.

Resta invece da osservare che le politiche identitarie che si riproducono come tali, sono violenta legittimazione della normalità e punto di applicazione delle operazioni di governo: bisogna stare attenti a dove si guarda, a quale campo si sceglie, perché il linguaggio del nemico si inscrive nelle opzioni più facili. Ristrutturazione escludente dello spazio pubblico ed ambientalismo, femminismo11 e ideologia della cura che si prestano alla biopolitica autoritaria, tutela delle minoranze e campagne militari, sono slittamenti altrettanto pericolosi che, nel vivo delle lotte, mischiarsi alla nebulosa che risponde all’etichetta del complottismo. Una parola che racchiude un dispositivo micidiale per disinnescare preventivamente ogni arma critica12. In questa nebulosa emergerà la spinta di molte lotte future. Si tratta allora di trovare un modo di convergenza che sia in grado di disertare il campo nemico, di inseguire non la purezza del linguaggio, ma la forza reale di separazione. In questo senso una lotta ecologica contro l’impatto delle energie rinnovabili e dell’eolico o contro la distruzione green di un ecosistema offre, ad esempio, più possibilità di altre rivendicazioni. O si trova il punto di raccordo tra i movimenti spuri dell’universo cospirazionista – gli oggetti politici non identificati delle ribellioni che si muovono contro la sinistra – e dall’altra parte quel che rimane di più vitale nelle lotte per l’ambiente, oltre e a margine dell’ecologia politica, oppure queste ultime sono irreversibilmente consegnate al recupero e all’uso da parte nemica. Allo stesso tempo la nebulosa dei regimi di verità alternative, lasciata al suo spontaneo divenire, viene catturata dalla biforcazione reazionaria. È il cospirazionismo che può salvare le lotte ecologiche e riscattarne il senso, fuori e contro la sinistra, non il contrario. Altro che spiegare agli incivili che il nemico non è il Great Reset ma il capitale. Appare chiaro che una soluzione rivoluzionaria e strategica a questi problemi non può ridursi alla vecchia idea pedagogica di contendere un’egemonia, della battaglia di idee e proposte. Bisogna mettere qualche altro elemento sul piatto.

Forme della separazione.

A parte tutto è evidente che intorno al concetto della «transcrescenza» delle lotte, di come una sequenza di rivolte possa riversarsi in un divenire rivoluzionario, c’è il grande vuoto della nostra parte. Un difetto teorico e strategico ma ancor prima immaginativo. Appare chiaro che, fatte salve le molteplici ricette socialdemocratiche con varie e inconsistenti pretese di radicalismo – poteri costituenti, istituenti, interstiziali, doppi poteri, neostatalismi e neomutualismi e chi più ne ha più ne metta – tutti gli abbozzi attuali di un pensiero strategico di segno rivoluzionario passano per il nodo dell’«autonomia». Parola reinventata oltre la referenza operaia in mille accezioni, formulazioni e prospettive, che anch’essa non ci lascia qualcosa di chiaro ed univoco in mano.

Da una parte c’è la storica critica di Bordiga al consiliarismo e all’idea di autogestione, ma in generale al compromesso di concepire il rovesciamento rivoluzionario e il comunismo in continuità con la società capitalistica. Una continuità con i suoi apparati politici nel caso del riformismo e con i suoi organi di gestione economica nel caso del mutualismo o del consiliarismo. Ora, in Gli scopi dei comunisti Bordiga voleva attaccare la posizione dell’«Ordine Nuovo» durante l’occupazione delle fabbriche. Se però le istituzioni che fanno da ponte sopra la grande catastrofe del modo di produzione di produzione in vigore che è la rivoluzione comunista, ridimensionando la profondità del suo scisma, non riguardano più la classe lavoratrice ma un qualche altro soggetto – o non soggetto – la critica non perde di acutezza. In fondo la tesi di Phil Nell13, quando respinge le velleità delle isole libertarie rispetto alla potenza di una dinamica insurrezionale che deve nascere dal limite immanente delle lotte di classe, insiste ancora su questo punto: o la prossimità comunitaria soddisfatta di sé stessa, o il vissuto delle rivolte. E non ha torto.

Dall’altra parte si affacciano una serie di posizioni che in vario modo cercano di identificare intorno all’idea di autonomia – e di composizione tra le forme di vita autonome che sorgono in seno a lotte localizzate – un tipo di sottrazione offensiva che risponda alla necessità della durata organizzativa oltre l’evento della rivolta, senza retrocedere rispetto al primato dello scontro. Si tratta dell’autonomia in conflitto che risponde alla profondità distruttiva e destituente delle sollevazioni per rendere abitabile e denso lo scisma, come ha scritto di recente Adrien Wohlleben14. Non c’è dubbio che questa sia la strada. D’altronde costruire delle isole non equivale, spiega con chiarezza Jérôme Baschet15, a chiudersi in degli isolati.

I problemi, elencati brutalmente, sono essenzialmente due: il primo riguarda la possibilità di recupero politico che facilmente insidia gli sviluppi delle lotte “territoriali”, in particolare se la chiave per rafforzare una loro infrastruttura autonoma che si condensi nel tempo risiede in un’idea di «composizione» che può essere declinata in molti modi. Una cosa è infatti la combinazione di ritmi e intensità politiche che trovano un equilibrio in grado di incrementare la potenza secondo i fattori situazionali, anche mischiando linguaggi e attitudini, per fare di questo incontro un’operazione etica e strategica che deve coincidere con il gesto della destituzione. Un’altra idea è invece, sempre dentro lotte che sovente si muovono nel vaso di pandora dell’ecologismo, – si possono leggere ancora una volta le righe di Cesarano, nel ‘73, sulla «civiltà della carestia», troppo rapidamente liquidate e schernite – fare la combinazione tra i soggetti politici in campo.

Questo vale soprattutto relativamente a mobilitazioni che toccano quegli ambiti del green e dell’ambiente che, come qualcuno ha correttamente indicato, hanno soppiantato la Società nel costituire una posizione extra-terreste e di sorvolo rispetto a cui scismi e fratture sono riassorbiti nella generalità coesiva che garantisce alla governance capitalista il suo referente inerte da gestire16. Ad essere estratta ed assorbita, ridotta alla ragione, è l’istanza della separazione e della destituzione in quando traiettorie che non si riducono ai criteri di una possibilità di discussione democratica, che non rientrano nell’orizzonte analizzabile dei problemi. In questo senso, ancora, l’ecologismo è estrattivo in quanto integra l’impronunciabile della separazione – il rifiuto che afferma – e lo ricodifica nei termini inguaribilmente democratici delle questioni, delle proposte e delle soluzioni. L’esigenza più urgente è infatti sviluppare le lotte sui territori come ambienti di vita da difendere, cristallizzati nei rapporti di lotta, fuori dal quadro dell’ecologismo governamentale e contro di esso: se le esternalità distruttive della macchina computazionale dell’economia sono un terreno che non si può aggirare, chi interpreta un pezzo di queste esternalità come crisi da gestire secondo un codice morale tecnico-repressivo ed impolitico in nome del quale i conflitti spariscono – le sigle sono diverse in giro per l’Europa – non appartiene al campo dei possibili alleati.

Proprio perché la sopravvivenza biofisica del pianeta, che è codificata nei termini dell’ecologia, è un problema epocale, spacca gli assi di riconoscimento e scontro in modi inediti e complessi. Proprio perché è il problema del nostro tempo, non lo si può ridurre alla superficie discorsiva, ma deve essere capito nella profondità con cui scombina identità e risposte politiche: intorno ad esso si giocano nuovi fronti di polarizzazione che sono opachi, difficili. È necessario trovare le alleanze che permettano alle resistenze dei territori di non essere appiattite ad un campo della sinistra che è intrinsecamente nemico e in questo modo mantenere la porta aperta a quelle indisponibilità che intrecciano il groviglio dell’ecologia con approcci meno scontati e unanimisti di quelli dell’attivismo climatico. Chi resiste alle energie rinnovabili, ai dispositivi di sorveglianza smart17 che riempiono di telecamere le aree cittadine con la giustificazione di controllare le emissioni, chi non vuole pagare i costi addizionali di carburante e riscaldamento per avvallare una «transizione ecologica» che non ha alcun significato (come spiega Fressoz non è mai esistita, nella storia del capitale, una transizione energetica), aggredisce la catastrofe ambientale da un punto più rischioso ed avanzato.

La questione è propriamente quella di cercare le tracce di conflitto, sotterranee e vilipese, che minacciano l’intesa catastrofica tra il continente smart, l’accumulazione verde e le maglie della società del controllo: corsa alle energie rinnovabili a discapito dei territori abitati, «Ztl» e città dei 15 minuti con corredo di occhi elettronici per selezionare e registrare i flussi di transito nei centri urbani (e annessi progetti di videosorveglianza e rilevamento biometrico), passanti autostradali nel cuore delle ricette di rinnovamento green, «cittadelle della salute» che asfaltano parchi e luoghi di incontro già attraversati dalla densità di un uso comune. Cercare questi ostacoli e questi intralci in modo sistematico vuol dire rintracciarvi uno strato di vitalità differente, un rifiuto irriducibile di piegarsi all’idea egemone del mondo e dell’esistenza. Ciò va al di là della coerenza argomentativa di tali percorsi, comunque molto più solida – spesso e volentieri – di quanto la macchina infamante dell’anti-complottismo vorrebbe far credere. Il presente è pieno di nuclei di rifiuto e indisponibilità tra loro dissimili, potenzialmente in guerra, in mezzo a cui covano vie d’uscita e diserzione. Muoversi in questo mondo sotterraneo significa però rinunciare ad una certa logica di visibilità e raggiungibilità che è tipica della politica, con il suo armamentario di propaganda e consenso. Significa inoltrarsi nel terreno in ombra della cospirazione e delle solidarietà nascoste che vanno oltre la rappresentazione e l’identità. Il marxismo ha voluto, fin dalla sua nascita, liberare il movimento operaio da questa dimensione di promiscuità originaria con la sua ombra cospirativa: lo ha fatto dichiarando guerra a “sette” e società segrete, proclamando la necessità della politica di massa, rappresentativa, pubblica e alla luce del sole. Oggi riabbracciare questo spazio significa cercare delle intese fuori dalla griglia di riconoscimento che la rappresentanza politica ci fornisce, guardando alla materialità degli incontri contro un qualcosa che si disprezza, per un uso vitale che si vuole conservare o affermare insieme. Ciò può avvenire soltanto al di fuori della razionalità trasparente delle proposte e dei programmi.

La Grande Rivoluzione

Il gesto che si accompagna a questa attitudine etica e strategica della separazione è quindi una ricerca permanente dei focolai di dissidio e dei grumi di intensità che possono dividere la macchina sociale o incepparla, moltiplicando le fratture invece di comporle. A fronte di questa tensione etica, il lemma della «rivoluzione» – come concetto politico ed eredità ideologica – è foriero di una pesante ipoteca. Uno sguardo sommario sulla gestazione torbida e burrascosa di questo concetto pone degli enormi problemi rispetto al suo abbraccio mortale con la costituzione moderna della politica: le rivoluzioni astronomiche modellano il significato del moto rivoluzionario (Polibio), poi arriva la «Rivoluzione» che viene ineluttabilmente tenuta a battesimo dai primi passi della civilizzazione borghese, dalla data simbolo del 1789 in poi. Sul significato della Grande Rivoluzione, come la chiama Kropotkin, si è giocato un teatro di letture che ha disegnato, attraverso l’interpretazione storica di quegli eventi, la proiezione di posizioni ed attori che hanno segnato la vicenda del movimento operaio. Anche attraverso i bilanci che ne ha fatto il pensiero rivoluzionario, da Mascolo a Guerin, da Camatte a Rocker. Ora, noi rivoluzionari dobbiamo fare i conti con l’idea di sovranità che il concetto di rivoluzione si porta dietro, al di là delle dispute terminologiche, per segnare con più nettezza e profondità il necessario pathos della distanza che ci divide dalla palude della sinistra. E dalla catastrofe della modernità occidentale.

Nel pensiero di Saint-Just, primo artefice della categoria politica moderna di rivoluzione, si trova una vera e propria metafisica dell’istituzione: «[…] ogni via che conduce all’ordine è pura» (Saint-Just, L’esprit de la Révolution). Una metafisica articolata e composita che permette di cogliere cosa si gioca in questo concetto, di intravvederne i frutti. Nei sanguinosi conflitti intestini che attanagliano gli anni della «Convenzione Nazionale», infatti, colpisce come il vocabolario dei repubblicani – e di Saint-Just in primo luogo – si organizzi intorno alla polarizzazione tra il campo positivo della «rappresentazione nazionale», a cui si affianca il termine impersonale di «sovrano» («tutto ciò che è fuori dal sovrano è nemico»), e agli antipodi lo spettro dell’anarchia, agitato come minaccia da tutti i contendenti. Brissot e i girondini denunciano l’anarchia provocata dai sanculotti e dai clubs giacobini: «È dall’inizio della Convenzione che denuncio la presenza in Francia di un partito disorganizzatore, che tenta di dissolvere la repubblica al momento della sua nascita. Si è negata l’esistenza di questo partito, gli increduli in buona fede devono adesso dichiararsi convinti». Saint-Just e i montagnardi accusano i propri avversari di cospirare per diffondere lo spauracchio dell’anarchia e nel frattempo produrla realmente, arrivando così a frammentare la repubblica: «l’anarchia è stata il pretesto dei congiurati per comprimere il popolo, per dividere i dipartimenti e armarli gli uni contro gli altri».

Che la rappresentazione sovrana sia divisa è il timore ossessivo che anima i giacobini, al punto che quando Saint-Just interviene sulla suddivisione della Francia in dipartimenti, la disadorna quadrettatura (Piero Violante, Lo spazio della rappresentanza) che incasella il paese ad opera del governo rivoluzionario – questo assurdo paradosso, come dirà Jean Varlet – propende per una ripartizione basata sull’unità della popolazione e non del territorio, proprio perché quest’ultima adombrerebbe la possibilità della scissione e dell’odiato federalismo. Nella visione rivoluzionaria di Saint-Just si combinano tre fattori, come è stato già osservato: eroismo, terrore e istituzioni. L’eroismo è lo spirito rivoluzionario, di «eccitazione costante», che fa di Saint-Just il creatore, come notato da Camatte, dell’idea moderna di rivoluzione permanente: «ciò che non è nuovo in un tempo di innovazione è pernicioso», scrive nel famoso Rapport sur le gouvernement, del 10 ottobre 1793. E ancora, nello stesso discorso: «Quelli che fanno le rivoluzioni nel mondo, coloro che vogliono fare il bene, non devono dormire che nella tomba». Il dirigente giacobino si spinge perfino a parlare di uno stato di «salutare anarchia» che deve preservare la nascita della libertà dal ritorno della schiavitù, usando così in modo del tutto inedito il concetto di anarchia come sinonimo di emancipazione.

Il terrore è lo strumento necessario per difendere la repubblica dal disordine ed esorcizzare la divisione, soffocando i nemici dell’ordine rivoluzionario. Esso ha il difetto di prosciugare le risorse dell’impeto popolare che nutrono l’eroismo e consolidano la virtù repubblicana, come ricorda Miguel Abensour ancora a proposito di Saint-Just. Poi ci sono le istituzioni, la Costituzione che pone fine alla salutare anarchia e conferisce un’intelaiatura stabile all’esercizio della virtù attraverso la legge. Questo è il punto centrale, la Virtù, intorno a cui la teoria dell’istituzione rivoluzionaria ruota attorno. La Grande Rivoluzione rappresenta, come spiegato da Camatte, un passaggio in cui il flusso dissolvente del capitalismo distrugge i precedenti legami tra gli uomini ma è ancora incapace di costruirne altri: per questo deve porsi come costituente ed istituente, puntando a stabilire la virtù del cittadino in quanto modello normativo e orizzonte di valore, vero e proprio tipo d’uomo su cui la rappresentazione della comunità possa reggersi. Prima di potersi liberare di questa unità di giustificazione la civiltà capitalistica dovrà giungere alla sua dominazione reale. Per questo troviamo in Saint-Just sia il germe moderno della rivoluzione indefinita e del processo puro, senza soggetto e senza fine, sia l’idea dell’ordine come rappresentazione che condivide con un autore come Sieyès, ma in fondo anche con il vecchio ordine monarchico. La centralizzazione e la sovranità che si fanno spazio nel processo rivoluzionario sono infatti quelli di un livellamento e di una riduzione ad unità che si gioca contro lo spazio gotico (ancora Violante) del vecchio regime aristocratico, con il suo ordito di franchigie e asimmetrie, di prerogative e ineguaglianza, ma anche contro qualsiasi altra rigoticizzazione della società che minacci l’ordine a partire dalla spinta popolare, non da quella aristocratica. Si può anzi sostenere facilmente che l’architettura giuridica pensata da Sieyès fosse principalmente rivolta a contenere questo secondo spirito di parte, non quello monarchico (Roberto Zapperi, Alle origini del concetto di rivoluzione borghese). Infatti l’irrigidimento dell’ordine e della centralizzazione repressiva avvenuta nel 1973, spiega Daniel Guerin, è rivolta in primo luogo contro gli hebertisti e la «sinistra». L’immagine simbolica del potere che prevale è ancora quella della sfera e del centro che irradia senza ostacoli la propria forza su ogni angolo del territorio, tanto cara a Luigi XVI.

Il punto è che se nella rivoluzione francese – la madre di noi tutti, dice Kropotkin – ci sono in nuce le correnti del movimento rivoluzionario successivo, innanzitutto quella libertaria e quella autoritaria e giacobina, si devono però individuare i limiti di questa filiazione. Se certamente il corredo di invenzioni e forme organizzative che animano la tradizione popolare tra il 1789 e il 1793, in continuità con un tragitto molto più lungo, sono un tratto del divenire rivoluzionario che percorre la storia degli oppressi, è importante capire che né la rappresentazione costituente né la rivoluzione permanente sono un lascito per il nostro partito. Entrambi questi poli entrano nella macchina ontologico-politica del moderno che un agire destituente deve incrinare. Approfondire e tessere un disegno sotterraneo di forme e usi capaci di incidere nelle lotte senza mettersi alla loro testa, di vitalizzare un’autonomia in conflitto senza il linguaggio della politica, significa anche cambiare le coordinate che ci legano a delle origini immaginarie. Né progresso sovversivo, né regolamentazione politica dell’uguaglianza, ma invenzione della novità radicale nel bacino di risorse delle eresie comunali, della separazione e del secessionismo etico. Siamo noi il partito disorganizzatore.

Conclusioni provvisorie che non ci sono

Tirando le somme. Alcune conclusioni provvisorie che vanno tratte riguardano l’immediato: le fratture nel blocco granitico di questo presente non dobbiamo inventarcele «noi», basta saperle vedere. Trame sotterranee di dissidenza e rifiuto proliferano con violenza intorno alle poste in gioco di questo momento storico, dalla tecnologia al cambiamento climatico, ma lo fanno nella più assoluta confusione. Una confusione che non conosce uguali se non dentro il nostro campo, disperso e ridotto ai minimi termini, piagato da ripensamenti, tradimenti, richiami alla responsabilità sociale. L’emergenza non si risolve, d’altra parte, con l’autonomia o con i piccoli gruppi: ci vuole la regolazione, ci vuole il comando, c’è bisogno di ordine e misure nella giusta scala. Di fronte allo stato d’eccezione servono misure d’eccezione, e calmare le intemperanze. Sarebbe noioso entrare nel merito dell’estrema stupidità di questa simulazione di forza, di realismo e lungimiranza strategica, che affligge in modo secolare le generazioni della sinistra, anche estrema, dal «Manifesto dei 16» agli infiniti allineamenti che portano immancabilmente acqua alle mobilitazioni generali dei padroni. Basti dire che il piano di realtà di queste conversioni alla realpolitik è ogni volta quello sbagliato, è il cascame e il guscio vuoto che il potere si lascia dietro, su cui i rivoluzionari di ieri arrivano sempre in ritardo, sconfitta per sconfitta, tragedia per farsa. A ognuno di riempire la casella vuota di questo specchietto per le allodole e trarne gli esempi che vengono in mente.

Ugualmente inoperanti sono quelle minoranze di sovversivi che, ancorate al proprio bagaglio di ideologia, vogliono affacciarsi sul panorama delle sollevazioni con la verità in tasca: senza un pesante carico di tatticismi posticci, ma con la pretesa altrettanto schiacciante di un potere taumaturgico della parola. Non è sufficiente il perenne cadere nel vuoto, da sempre e per sempre, delle elaborazioni più accurate e degli sforzi di chiarezza più ingrati, per dissuadere questa categoria dall’efficacia della formuletta programmatica e teorica che trasformerebbe la torre di babele dei moti popolari – sempre più contaminata di irrazionalità e sporcizia – in una critica precisa dell’apparato militar-industriale, delle biotecnologie o del capitalismo cibernetico. Via le deviazioni del riformismo, del particolarismo, poi del complottismo e delle pulsioni reazionarie, per scoprire il fondo positivo di queste lotte: ma a forza di grattare lo smalto si rimane nell’irrilevanza, nel migliore dei casi quella delle Cassandre.

Come forse si può intuire dall’andamento rapsodico di questo scritto, la proposta che si vuole adombrare è quella di una via meno immediata. Un via che si può chiamare separazione, destituzione, sottrazione, secessione in conflitto, ma che in ogni caso si differenzia nettamente sia dal tornante riformista che porta a rientrare nei ranghi della sinistra (per paura della pandemia, del fascismo, dei barbari alle porte), sia dalla riproposizione del progetto rivoluzionario come trappola dell’antagonismo. Entrambe queste soluzioni sono radicate nell’arsenale della politica come preparazione di un’avanguardia, di una minoranza direttiva portatrice di un progetto universale, di una salvezza e di una ricetta. È il dogma della visibilità e della raggiungibilità che porta a un costante recupero. Ora, anche da un punto di vista strettamente strategico e di calcolo di efficacia, tutto questo arsenale porta sempre ed ovunque alla sconfitta e al disorientamento. Vale la pena percorrere un’altra strada, provare a dare consistenza etica ed umana a una forza comune che consti di due cose molto semplici: forme della più varia natura, ma coordinate e capaci di discutere, dal collettivo di studio alla cassa di solidarietà, dalla cooperativa agricola alla rivista, che pratichino esperimenti di sottrazione creativa e siano germi di piccole infrastrutture capaci di unirsi, quindi con una vocazione espansiva; gruppi capaci di mettersi all’ascolto di lotte e sommovimenti per condividere al loro interno risorse e capacità, tecniche di piazza, offensive e materiali.

Questo secondo punto significa concepirsi come minoranza agente in un modo diverso da quello politico, dal lessico militante del proselitismo e della proposta. Vuol dire innanzitutto tenersi aperti all’evento vivificante delle rivolte quando queste avvengono, con una propria autonomia pratica di iniziativa e di conflitto, inoltre saper pensare dei mezzi che consentano alle mobilitazioni di superare le proprie impasse sul lungo periodo, anche al di là degli obbiettivi intermedi. L’etichetta della destituzione, fuori da torsioni accademiche o ideologiche, cosa significa veramente? E anche differenziarsi dal protocollo dell’attivismo cosa implica? Ritirarsi nell’inazione? No di certo, ma si tratta di dare concretezza a queste indicazioni con un dibattito di più ampio respiro. I movimenti di protesta degli ultimi anni hanno già dimostrato di saper raggiungere da soli un grado di intensità conflittuale di tutto rispetto, ma si fermano comunque ad una soglia critica oltre la quale l’effervescenza si spegne. Se la soluzione dell’entrismo istituzionale manca, ma ha già dato una pessima prova di sé stessa dove ha avuto spazio, cosa si prospetta al di là della circolarità delle stesse pratiche o dell’agitazione di un vuoto insurrezionalismo? Queste sono le domande a cui bisogna rispondere con maggiore incisività: non serve una nuova Teoria, ma un pensiero in situazione sulle strade da percorrere. E soprattutto occorre cercare nell’immediato cosa possano essere le lotte oltre la loro chiusura, perseguire strategicamente un mantenimento non “politico” del loro lascito oltre l’impasse dello sbocco rivoluzionario, oltre un antagonismo simmetrico che le schiaccia e una neutralizzazione riformista. Cercare sistematicamente i conflitti che rompono l’unanimismo, costruire l’organizzazione per alimentarle, affinare la sensibilità intellettuale per comprenderne le implicazioni. Sono domande, non certo risposte. Ma a partire da qui una certa idea di autonomia, che ha sempre ceduto il passo ad altre posizioni e tendenze, alla centralizzazione e all’accelerazione delle soluzioni più facili e dirette, può essere immaginata oltre il circolo ontologico-politico del moderno. Anche oltre un’idea di Rivoluzione che ci condanna a esserne Soggetti, e nel frattempo ad amministrare la miseria politica che la grande attesa ci consegna. Una dinamica rivoluzionaria è invece altra cosa, che possiamo immaginare solo a sprazzi.

Il ciclo di sommosse e piazze occupate che ha segnato il primo ventennio degli anni duemila si è chiuso su alcune forme sradicate, su una forma in particolare. Distrutti i tessuti di identità e rappresentazione che innervavano le lotte novecentesche – classe e nazione, innanzitutto, ma come concetti politici – si reiterano in modo circolare i gesti della rivolta e i germi della «comune». La rivolta è il grado zero di organizzazione dopo che il Grande Fuori strutturato del movimento operaio è stato assorbito e distrutto, ma è anche il sintomo salutare della sua crisi. La comune compare nell’«essere insieme» inconcludente di quelle piazze che – determinate a non richiudersi ma strappate da ogni esperienza condivisa – si piegano sui formalismi della parola. In questa agitazione di incontri oltre il significato che cercano nel vuoto, anche durante il periodo pandemico, si muove un qualcosa che può trasformarsi, in mezzo a cui cercare.


1 D. Mascolo, Le communisme. Révolution et communication ou la dialectique des valeurs et des besoins (1955), Lignes, Paris 2018, p. 559.

2 K. Crawford, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, Bologna, Il Mulino, 2022. D. McQuillan, Resisting AI. An Antifascist Approach to Artificial Intelligence, Bristol, Bristol University Press, 2022.

3 R. Curcio, Il capitalismo cibernetico, completare

4 E. Bloch, La non contemporaneità e il dovere di renderla dialettica (1963), in Eredità di questo tempo, Milano, Mimesis, 2015.

5 E. Riquelme, Dèfaire la gauche, in rete: https://entetement.com/defaire-la-gauche/

6 I. Segré, Où situer l’«extreme gauche». Réflexions sur les nuits d’émeutes, in rete: https://lundi.am/Ou-situer-l-extreme-gauche

7 V. Gérard, Tracer des lignes. Sur la mobilisation contre le pass sanitaire, Paris, Mf, 2021

8 A. Wollheben, P. Torino, Memes With Force: Lessons From The Yellow Vests, in rete: https://illwill.com/print/memes-with-force

9 K. Axelos, Marx pensatore della tecnica (1961), Milano, Sugar, 1963, p. 83.

10 Su questo le lucide riflessioni di Mohand nel testo in due parti Bifurcation dans la civilisation du capital. Sul sito www.entetement.com

11 Sulla parabola del femminismo ci sarebbero parecchie cose da dire, a partire dall’annoso contrasto tra il paradigma dell’emancipazione e quello della liberazione che si sono a lungo affrontati, come ricordato da Mario Tronti, dentro questo campo di discorso e di pratiche. Il primo inseguendo il riconoscimento giuridico di diritti, il secondo coltivando gesti concreti in grado di dare potenza. Non credere di avere diritti, è il titolo di un libro che sembra appartenere a un lontano passato. Come sembrano un eco del tempo le riflessioni consegnate da Luciana Percovich alla prefazione del libro La coscienza del corpo, dove riporta le considerazioni di una parte del movimento femminista italiano che all’epoca della legalizzazione dei consultori e dell’approvazione della legge 405 del 1975, coglie i rischi di integrazione e recupero, di sottrazione di potere, che questo riconoscimento legale porta con sé: «Nello stesso anno, incalzate dalla legge sui Consultori Pubblici […], tempestivamente (!!) varata per tamponare un fenomeno che stava dilagando a macchia d’olio e tentare di rimetterne il controllo in mani istituzionali, nonché mediche e religiose, le donne che da qualche tempo avevano avviato o stavano avviando i vari consultori femministi o centri di medicina per la donna si trovarono di fronte alla necessità di decidere, in tempi molto brevi, se trasformarsi in istituzioni di servizio pubblico o accentuare il loro carattere di “laboratori politici” di ricerca sulla salute e la medicina».

12 Una sintesi molto chiara delle contraddizioni di tale categoria: A. Lolli, Complottismo e marxismo, in rete: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/complottismo-e-marxismo. Inoltre il recente contributo al volume M. POLESANA, E. RISI, (S)comunicazione e pandemia. Ricategorizzazioni e contrapposizioni di un’emergenza infinita, Milano-Udine, Mimesis, 2023.

13 P. Neel, Hinterland, Reaktion Books, London, 2018.

14 A. Wohlleben, Autonomy in Conflict, in rete: https://illwill.com/autonomy-in-conflict. In questo senso vanno anche – con un taglio più strettamente strategico – i contributi di Farrel e di Molinari, quest’ultimo con un indirizzo più problematizzante. H. Farrel, The Strategy of Composition, in rete: https://illwill.com/print/composition; N. Molinari, Breaking the waves, in rete: Breaking the Waves, in rete: https://illwill.com/breaking-the-waves. La differenza tra questi contributi e quello più datato di Mauvais Troupe è che in questi ultimi l’autonomia delle forme di vita non pone termina, ma continua il momento destituente.

15 J. Baschet, Basculements. Mondes émergents, possibles, désirables, Paris, La Decouverte, 2021.

16 Ni écologie ni société, in rete: https://lundi.am/Ni-ecologie-ni-societe

17 Due esempi. La smart city control room è un sistema applicato dal comune di Venezia e dall’azienda Tim che, attraverso una rete di telecamere, ha realizzato nel Comando generale della polizia locale sita nell’Isola del Tronchetto, una stanza che permette di vedere tutta l’estensione della città, ogni strada e punto del territorio urbano. Su fini e ambizioni di questo centro di raccolta di dati: https://www.ilpost.it/2022/06/10/venezia-smart-control-room/ Lo stesso esperimento viene proposto per la città di Firenze. Lo smart citizen wallet è una misura sperimentale, applicata dal Comune di Bologna, di una patente digitale per cittadini virtuosi, basata su un sistema di credito che dovrebbe garantire sconti e agevolazioni economiche – tramite un meccanismo di acquisizione di punti – a quei cittadini che ad esempio non prendano multe, siano responsabili nel consumo energetico e adottino altri comportamenti meritevoli. Assemblea Romana contro il Green Pass, La variante dell’indisciplina. Sulla lotta contro il green pass e contro il dominio delle emergenze, in rete: https://www.nogreenpassroma.org/2023/02/07/11-febbraio-2023-carnevale-in-mascherina/

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