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Quando muoiono le insurrezioni. Una recensione

Giu 3, 2024

Una prima edizione italiana ad opera di Calusca City Lights e Collettivo Adespota rende disponibile il testo seminale di Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni, del 1999, corredandolo di una preziosa antologia di scritti di varia matrice e provenienza che gravitano attorno agli stessi temi. Temi dirimenti per la storia e la riattualizzazione non soltanto del pensiero, ma del movimento rivoluzionario nel suo insieme: fascismo e antifascismo, guerra ed insurrezione, comunismo e politica. Un lavoro di scavo necessario che ci consegna molto materiale di vivo interesse non soltanto a fini ricostruttivi, ma per mettere all’ordine del giorno alcuni interrogativi che vanno ripensati a fondo, alla luce di una fase di arretramento epocale del partito storico della rivoluzione e di assestamento senza precedenti del domino reale del capitalismo. Le ascendenze dei contributi raccolti spaziano dal bordighismo al consiliarismo tedesco-olandese, passando per l’anarchismo: la rivista «Bilan» e Malatesta, Otto Rühle e Rustico/Etchebéhère, fino a Ottorino Perrone, alias Vercesi, il militante italiano emigrato in Francia che fece avvicinare Camatte alla Sinistra Comunista.

Un primo snodo storico-cronologico è naturalmente quello della guerra civile spagnola, al centro dei contributi di Dauvé e di «Bilan». Nello scritto che dà il titolo al volume, inoltre, le vicende spagnole sono affiancate a quelle tedesche ed italiane, dando conto della dinamica generale che intreccia la repressione ed il declino delle insurrezioni proletarie all’ascesa del fascismo. Qual è la cifra che spiega questo fallimento dell’ondata di sollevazioni proletarie che, dal 1919 in Germania, passando per il «biennio rosso» in Italia, arriva fino al 1937 in Spagna, dove il soffocamento dell’iniziativa rivoluzionaria è realizzato, ben prima della vittoria di Franco, dalla resa integrale delle forze del movimento operaio al compromesso con il fronte repubblicano e antifascista? Con una semplificazione forse rozza, si possono riassumere le ragioni di questa sconfitta e del sanguinoso arretramento delle conquiste rivoluzionarie che ne è seguito, chiudendo drammaticamente un ciclo di possibilità sovversive, con il solo vocabolo di «sinistra». A consegnare i proletari nelle braccia del fascismo, con le mani e i piedi legati, fu l’entusiasmo elettorale del 1919, con i 150 eletti socialisti. La sistematica desistenza dalla combattività di classe organizzata dal movimento operaio ufficiale, con il disarmo degli operai in favore della tattica delle urne, fino alla proclamata imparzialità della Confederazione del lavoro rispetto all’agone politico, mentre le camicie nere già si abbandonano a rappresaglie ed attacchi, spiana la strada alla controrivoluzione.

Allo stesso modo, dopo l’insurrezione di Barcellona del ‘36, combattuta dai proletari catalani di fronte a forze impari, lo slittamento progressivo del conflitto dallo scontro rivoluzionario alla difesa dell’equilibrio repubblicano è un’altra espressione del compromesso e della trappola controrivoluzionaria rappresentata dalla sinistra. In nome della mobilitazione di guerra sul fronte, con il beneplacito di Durruti e del POUM, si abbandonano le rivendicazioni salariali, gli scioperi e le altre forme di insubordinazione. Quando i delegati bordighisti di «Bilan» invocano, ad una riunione del POUM, la parola d’ordine del disfattismo proletario su entrambi i fronti della guerra, contro qualsiasi accomodamento interclassista e con obiettivi comunisti, li si apostrofa come meritevoli di fucilazione. Che in Germania l’incubazione del nazismo sia avvenuta non soltanto sul sangue delle insurrezioni del 1919-23, represse dal governo socialdemocratico per mano dei freikorps, ma nell’acquiescenza e nell’incapacità di reazione che fino agli anni ’30 caratterizza l’intero asse della sinistra, è vividamente ritratto in La tragedia del proletariato tedesco.

Possiamo vedere anche oggi, alla luce degli eventi francesi, come il tradimento e la neutralizzazione che la sinistra ha metodicamente perpetuato verso ogni episodio di ribellione non incasellabile, cercando di riportarlo nel suo alveo, abbia preparato il terreno per la svolta reazionaria in corso. La chiusura delle finestre rivoluzionarie e la sconfitta di cui la sinistra si fa agente diretto, sono una causa determinante della mistificazione dello scontro operata dall’estrema destra. Un aspetto non va senza l’altro. Non solo. Un capitoletto dello scritto di Dauvé insiste sul modo in cui la Volksgemeinschaft, la comunità chiusa del popolo, si affermi a discapito della Gemeinwesen, della rivoluzione a titolo umano che è stata prima soffocata. Questo non designa soltanto il recupero in una parodia ideologica ripugnante della critica dei modi di vita alienati dell’industrializzazione, della ricerca di una naturalità contro l’artificiale di cui il pensiero rivoluzionario si era fatto portatore – combattuto dal progressismo socialdemocratico e “marxista” – ma il modo in cui il nazismo compie e realizza il programma socialdemocratico di dominio del lavoro, la comunità del lavoro. È un tratto individuato da Bériou, da Camatte, da Barrot (Dauvé) e Authier nel loro lavoro sulla Sinistra Comunista in Germania: il nazionalsocialismo compie in modo distorto ed alterato il programma dell’operaio come classe dominante, in quanto l’esperienza proletaria non può rafforzarsi nella stessa modalità della classe borghese, ma devo dissolversi oppure, se acquisisce forza dentro la società capitalistica, lo fa in quanto consolidamento della comunità materiale del capitalismo attraverso l’egemonia del polo lavoro, invece che del polo del valore. Il fascismo, come la socialdemocrazia, rappresenta una delle varianti ideologiche di questa egemonia.

Anche adesso che la dominazione del capitale è pienamente compiuta, i tentativi di richiudere il cerchio dell’universale sullo spirito della separazione sono quanto caratterizza la trappola controrivoluzionaria della sinistra. Ripensare a fondo la grammatica della rivoluzione alla luce di questa invariante storica, senza rinunciare al compito, è quanto mai l’urgenza del momento.

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