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La verità circolare dell’informazione e la sua negazione

Feb 25, 2024

La questione che mi pongo riguarda il modo in cui le varie governance rilevanti al livello globale, sono in grado di accettare (e in alcuni casi amplificare) la moltiplicazione dei regimi di verità, dettando però su questa molteplicità delle condizioni di rilevanza e di legittimità. L’ipotesi che faccio è che questa selezione si manifesti come la cattura dentro una grammatica informazionale, che cioè l’organizzazione pratica delle tecniche non sia dettata dall’aderenza a un regime finalistico esterno, quanto piuttosto dalla capacità di riportare i propri contenuti come informazione, cioè come “dati” che pre-esistevano alla loro “raccolta” e che quindi sono formalmente trattabili.
Ogni teorizzazione in base al quale “tutto è informazione” non andrebbe quindi intesa come una ipotesi ontologica, quanto piuttosto come un’indicazione performativa che parla ai vari “tecnici” e detta la distinzione tra discorsi scientifici e non-scientifici, e quindi sempre più tra discorsi legittimi e non-legittimi: è scientifico ciò che descrive il proprio prodotto come informazione, e quindi può essere considerato rilevantesolo ciò che può essere descritto come un’articolazione di tante (anche tantissime, e articolate in modi complessi) parti semplici separate.

Perché questo approfondimento abbia anche un carattere offensivo, ho bisogno di un concetto più ampio, voglio cioè che la produzione e il trattamento di informazione siano esempi contingenti di qualcosa che le eccede. In questo modo la pretesa eccezionalità della grammatica calcolatoria diventa una singolarità di cui si può evidenziare “in negativo” le caratteristiche salienti. Come concetto inglobante utilizzerò la nozione di diagramma, riferendomi con questo termine alla costruzione di senso che ordina un gesto specifico nel suo darsi. In questo modo potrò parlare di possibilità in un senso che sorpassa le nozioni probabilistiche. Il diagramma introduce un’asimmetria creatrice che precede qualsiasi polarizzazione (ad esempio quella tra soggetti e oggetti).
Quando parliamo di diagramma ci riferiamo a un orizzonte che organizza la contingenza e quindi a un modo scelto di mettere in forma il reale: attraverso il diagramma e la sua diffusione/riproduzione, circola un’intenzionalità situata. La produzione e trattazione di informazione corrisponde a una diagramma in cui le operazioni consentite sono solo l’elencazione o la combinazione di una lista predeterminata di simboli, e in cui l’intenzione che si esprime è un’ingiunzione di ordinamento e classificazione.

Un linguaggio per molti mondi

Il fatto che ci muoviamo in un mondo frammentato dal punto di vista ontologico sembra ormai una banalità che non deve essere svelata a nessun governo, ma che è il terreno stesso su cui i governi operano. Non soltanto perché all’aumentare della complessità contribuisce una possibilità di far circolare messaggi e informazioni che è necessaria ai circuiti dell’accumulazione di valore, ma anche perché nessun sistema tecnico o scientifico propone (o aspira realmente a proporre) una visione unitaria dei mondi. Che si parli delle scienze biologiche, mediche o di quelle sociali, dei sistemi fisici o delle infrastrutture informatiche, le teorie della complessità proliferano e le loro conclusioni accompagnano tutte le operazione governamentali: il quid di queste teorie è l’accettazione della moltiplicazione dei regimi di intelligibilità e la costruzione di linguaggi in grado di estrarre e tradurre informazioni da un contesto a un altro, assegnando rilevanza a ciò che si lascia confrontare. Ogni governante si “nutre di controversie”, e opera affinché si imprimano sulle situazioni contingenti dei linguaggi in grado di esprimere la specifica controversia considerata sotto la forma di un confronto o una misurazione.

La mancanza di un quadro ontologico unitario viene cioè recuperata attraverso la costruzione di un sistema operazionale, una grammatica, che possiamo sintetizzare come “trattazione dell’informazione”. Con questo ci riferiamo alla definizione di variabili categoriali deputate a descrivere la situazione, e sulle quali è possibile far intervenire una serie di operazioni semplici di somma, dislocazione, ricombinazione, ecc.

Questa impalcatura grammaticale, cioè la riduzione del sistema trattato a una serie di variabili simboliche e semplici, è alla base anche dei sistemi algoritmici, che sono in grado di svolgere in breve tempo moltissime operazioni elementari su questi simboli. Possiamo interpretare molte azioni di governo e amministrazione dello spazio, del tempo e dei corpi, come una “depurazione” delle situazioni da quegli elementi intraducibili, che rifiutano di rendersi visibili in un sistema informazionale o che resistono in altro modo alla loro riduzione.

Un primo elemento di efficacia di questa cattura linguistica deriva dal fatto che anche i singoli attori individuali (tecnici, esperti o semplici “cittadini”) possono partecipare alla traduzione dei loro contesti e delle loro forme di esistenza dentro questa griglia significante. Gran parte della forza di governo viene spesa proprio nell’ingiunzione a tradursi come aggregato di informazioni, come esplicitazione trasparente del capitale informazionale che si è.
Anche durante l’evento pandemico, le indicazioni governamentali si riferivano alle “verità scientifiche” in maniera così palesemente strumentale che è del tutto ingenuo pensare che fosse la “credibilità della Scienza” il livello su cui si giocava la tenuta della situazione. Invece, la regolazione giocava da una parte sul registro emotivo (stimolando in modo studiato la paura), e dall’altra forniva indicazioni imperative che dispiegavano una forma specifica di intelligibilità dell’emergenza. In particolare, era legittimo tutto ciò che quantificava la situazione rispetto a operazioni individuali, e sullo stesso livello individuale dovevano strutturarsi le forme di inclusione e esclusione. Tutto questo per ottenere, tramite la statisticizzazione dei singoli corpi, una quantificazione complessiva del fenomeno che ne fosse l’unica spiegazione accettabile. Era illegittima ogni descrizione di contingenze specifiche che non permettesse una comparazione immediata valida su tutto il sistema-pianeta.

In altre fasi di sviluppo dei sistemi biopolitici, l’operazione principale degli Stati era di organizzare i territori e la natura in funzione delle proprie finalità e analisi scientifiche. Così, in quel continuo rimando metaforico tra cura del corpo sociale e cura medica del corpo individuale, hanno in passato acquisito una rilevanza simbolica epocale, quelle malattie che sono state affrontate grazie alle indicazioni delle teorie igieniste e a opere di riorganizzazione territoriale (ristrutturazioni urbane, bonifiche, … ): una visione del mondo complessiva che permetteva (e permette) di individuare e aggredire alcune porzioni nocive del mondo (o della città) e eliminarle, anche senza un riscontro economico immediato.

In un paradigma informazionale-biopolitico, dove il Sociale è l’orizzonte che deve organizzare gli output degli attori individuali, acquisiscono maggiore centralità una serie di operazioni basate sul controllo e l’irreggimentazione dei comportamenti, nella direzione di fornire la griglia valoriale attraverso cui i soggetti individuati possono comunicare “liberamente” le informazioni di cui sono costituiti. Così la malattia simbolica dell’epoca, la pandemia di Covid, è stata trattata con una serie di indicazioni eseguibili e verificabili individualmente1.

Non c’è altra verità se non il calcolo

Quello che abbiamo descritto nell’ambito sociale come un paradigma informazionale, in ambito tecnico-scientifico possiamo denominarlo in modo più preciso come paradigma del calcolo o degli algoritmi

«Diciamo che un problema da risolvere, un compito da eseguire, è stato algoritmizzato, quando si sia stabilita la lista di operazioni elementari, quella degli oggetti sui quali si effettuano tali operazioni elementari, e quando si sia determinato precisamente in quale ordine e su quali oggetti debbano effettuarsi le operazioni. La formalizzazione integrale di un compito, di un calcolo, necessita l’esplicitazione di tutti i suoi aspetti.[…]
una volta formalizzate, le azioni più familiari perdono la loro apparenza abituale. La percezione globale scompare a vantaggio di un estremo rigore nella esplicitazione e nella descrizione; il ritaglio della realtà non vi avviene attorno a poli di significato, ma secondo una logica puramente operazionale.
In informatica teorica, i termini “macchina” o “automa” designano non tanto il dispositivo fisico che effettua la trasformazione di un messaggio di entrata in messaggio di uscita, quanto la struttura logica di tale dispositivo. La stessa “macchina” […] può quindi incarnarsi altrettanto bene in una calcolatrice a ruote dentate, in un microprocessore o in una lista di istruzione che uno schiavo perfettamente obbediente esegua alla lettera. Di fatto, una “macchina” è un algoritmo, un programma.»2

Nel corso del ventesimo secolo il paradigma del calcolo è diventato egemone all’interno di quasi tutte le discipline scientifiche, e la metafora degli oggetti di studio come “macchine che trattano informazione” si è generalizzata: dalla cellula al sistema nervoso, dai sistemi sociali complessi fino anche ad alcuni sistemi fisici; la distinzione tra presupposto ontologico e metafora è andata spesso sfumandosi, senza risolversi mai in modo univoco, e nozioni come quella di “codice genetico” dimostrano che la metafora del software ha assunto una valenza significante molto profonda.

Lo sviluppo tecnologico delle macchine informatiche ha amplificato questa egemonia metodologica ed è circolarmente stato favorito dal paradigma algoritmico: i sistemi di calcolo formale permettono infatti di risolvere, tramite la trattazione dell’informazione, una vasta gamma di problemi pragmatici, dall’organizzazione delle catene di montaggio o di distribuzione logistica delle merci, alla risoluzione di problemi aritmetici. Ma la principale ragione di efficacia del paradigma del calcolo è da ricercarsi a un livello più profondo, nella coincidenza che viene a instaurarsi tra verità, finalità e operatività: la spiegazione dell’evoluzione delle specie, dei comportamenti di popolazione, dello sviluppo medico delle malattie, ecc., non va ricercata in una ragione esterna ma in una finalità ormai incorporata nell’immanenza (e nella coerenza immanente) del sistema di descrizione e calcolo.

La svolta dei linguaggi scientifici che apre alla concezione delle macchine informatiche avviene nella prima parte del ‘900, nella “crisi” dei fondamenti delle matematiche, quando Hilbert si inserisce nel dibattito di stampo logicista proponendo una nuova definizione non-ontologica di “esistenza matematica”: esiste tutto ciò di cui si può dimostrare l’esistenza3 all’interno di un sistema logico-formale coerente (cioè non-contraddittorio). La verità non discende più da finalità trascendenti (per esempio da un’idea di equilibrio biologico) o da intuizioni legate all’esperienza (come quella dell’adesione tra spazio geometrico e spazio dell’esperienza fisica), ma dalla semplice non contraddittorietà delle deduzioni, che vengono identificate a calcoli logico-formali.
Al livello fondativo la proposta di Hilbert sarà un insuccesso, perché i teoremi di Gödel dimostreranno l’impossibilità di verificare coerenza e completezza4 di sistemi assiomatici dotati di un certo livello di complessità. Nonostante quest’idea di verità non “fondi” i linguaggi matematici, non fornisca cioè un’ontologia omnicomprensiva delle matematiche e dei linguaggi scientifici, fornisce però un nuovo rapporto pragmatico e matematizzabile con le operazioni tecniche e il loro senso immediato: se di un sistema è possibile descrivere i termini e le operazioni (una lista finita di dati, categorie, ricombinazioni, somme…), la non-contraddittorietà, cioè la possibilità operativa di portare a termine un calcolo formale, garantisce l’esistenza dell’informazione trattata dal sistema stesso. Ciò che non si può calcolare (e il fulcro dei teoremi di Gödel può essere riformulato proprio come l’esistenza di una vasta classe di funzioni non-calcolabili) ha una forma di esistenza più debole.5

Se la peculiarità nell’emersione galileiana delle scienze è stata la possibilità di una rappresentazione nella quale i fatti sembrano parlare da soli, nella quale cioè il come è sufficiente a spiegare un fenomeno senza bisogno di perché trascendenti; allora, il paradigma del calcolo prolunga questa forma di intelligibilità e la frammenta in moltissime operazioni semplici.

Povertà della critica anti-relativista

I gesti con cui attraversiamo la realtà, e i diagrammi con cui proviamo a renderla intellegibile, si trasformano in informazione “depurandosi” delle possibilità di biforcazione che li abitano, cioè mistificando la loro perenne inconclusione e la loro intenzionalità specifica. Il tempo esperienziale dei gesti è un tempo inconcluso. Nel diagramma che organizza il gesto si può vivere allo stesso tempo l’inconclusione dell’esperienza – cioè la sua possibilità di essere altro e quindi l’intenzione contingente che lo anima – e la capacità di ripetizione che viene prodotta dal diagramma stesso una volta che se ne fissano le polarità e si oblia la situazione del suo avvenire. La trasformazione del diagramma in informazione consiste proprio nella fissazione dei suoi poli individuati come nodi irriducibili di una operazione, e nella trasformazione dell’intenzionalità in necessità.

La potenza della nozione di informazione sta proprio in questo doppio livello: è il veicolo di un’intenzione di classificazione e ordinamento, ma allo stesso tempo può permettere di dimenticare questa intenzione e presentare le sue operazioni come derivanti da uno stato di necessità. I “fatti” diventano “dati” e in questa distanza etimologica sta una invisibilizzazione sostanziale che le concrete macchine informatiche si occupano di inverare di continuo. La macchina sociale può essere quindi organizzata su più livelli, distribuendo differenziali di potere al ceto tecnico e politico tramite la possibilità (o meno) di accedere a alcune specifiche definizioni categoriali.6

Ogni critica del paradigma del calcolo-informazione che tenti di ristabilire un livello di informazione fondamentale, pre-calcolatoria, manca il punto centrale7: il successo delle operazioni classificatorie/statisticizzanti trae forza proprio dalla continua incompletezza dei paradigmi ontologici. Poiché tale incompletezza si pone come problema, il paradigma del calcolo fornisce una maniera operativa di posticipare l’insolvibilità continua di questo problema.

Consideriamo ad esempio le critiche che rilevano gli output razzisti o misogini delle operazioni eseguite da algoritmi di IA: se si descrivono questi risultati come il risultato di un bias dell’algoritmo, si sta allora presupponendo l’esistenza di un dato di partenza non-discriminato che la macchina avrebbe rilevato in modo erroneo, ma è possibile identificare questo dato senza rigenerare le stesse aporie da cui si era partiti? Muovendosi a ritroso nella catena di definizioni oggettivanti che strutturano la macchina, si rileva che la riduzione in dati delle differenze di razza o genere deve discriminare tra i suoi input, perché questa era l’intenzione che ha strutturato la macchina stessa (che si tratti di selezionare dei CV o scegliere la cauzione opportuna a cui sottoporre un detenuto sotto indagine). L’eliminazione del bias dovrebbe quindi prevedere l’eliminazione tout court dell’informazione in oggetto, causando un’altra aporia: nel momento in cui andiamo a misurare la discriminazione, dobbiamo ammettere che quella variabile deve essere correlata alle altre attraverso le quali la macchina ha discriminato, in caso contrario la sua introduzione non “farebbe senso” per nessuno e il problema del bias non si sarebbe nemmeno posto.

Più in generale, ogni qual volta ci si ripropone di aprire la blackbox algoritmica, si suggerisce implicitamente8 che questa scatola fosse in precedenza chiusa, e che approfondendo la conoscenza dello svolgimento del calcolo, si possa scoprire un meccanismo pre-esistente: questa costruzione di senso – la “scoperta” di un “funzionamento” – ricalca quella inerente al paradigma del calcolo stesso. L’algoritmo quindi esplode in una miriade di sotto-processi ulteriori, mentre la questione delle ingiunzioni poste attraverso il suo semplice operare resta nascosta in bella vista.

Ogni critica alla tecnoscienza rischia di scivolare nella stessa direzione degli esempi qui sopra, proprio perché la differenza tra tecnica e scienza viene a coagularsi come separazione tra gesto e teoria, tra operazioni e dati, e quindi di fatto traduce su un traballante piano teorico lo stesso presupposto operativo che sta alla base del paradigma del calcolo.

La Scienza come complotto continuamente in atto

Il problema che ci poniamo è – al livello esperienziale e anche di esperienza del “dato sociale” – cosa può accadere quando la continua applicazione della grammatica calcolatoria diventa egemone, minacciando ogni “viscosità”, ogni regime di verità che non si fa scomporre in dati, informazioni e valori.
Constatiamo che quella che Camatte chiama antropomorfizzazione del capitale, si accompagna all’egemonia di un ceto tecnico che, per ri-organizzare specifici territori, attività, forme di vita, è in grado di costruire in tempi rapidi nuovi regimi simbolici, con l’obiettivo di descrivere categorialmente e calcolatoriamente (cioè includendoli in una grammatica informazionale) quegli “oggetti” che intende articolare in modo nuovo. La prova di forza durante l’evento covid si è giocata sulla capacità di dispiegare una grammatica che coniugasse in un linguaggio individuale e operativo, tutte le esigenze e gli obblighi imposti nella situazione. E sulla capacità di fare di questo linguaggio l’unico legittimo.

Il ritmo delle operazioni di ri-organizzazione esistenziale accelera, e ci appare capace di determinare la fine di qualsiasi regime specifico che resiste alla riduzione dentro un’equivalenza calcolatoria. Ognuno di questi regimi (ghetto, gruppo criminale, zad, parzialità separata, … ma anche parco cittadino dentro la riqualificazione urbana, ambiente specifico dentro la costruzione di un nuovo parco, o sistema di gestione dell’acqua in un territorio interessato da progetti di mega-bacini idrici) finisce sempre per essere rappresentato come eccezione locale, una nicchia a tempo determinato destinata a diventare presto o tardi un altro sottoinsieme di oggetti ridislocabili, o di attori del dibattito democratico e dello scambio di informazioni.

La più forte inconsistenza determinata dalla accelerazione di operazioni governamentali,9 è la perdita di rapporto tra i gesti soggettivi e le informazioni circolanti, che si risolve anche in una perdita di mediazione tra le costruzioni di senso locali, parziali, situate, e le forme di giustificazione della governamentalità, in primis quelle scientifiche. Ogni verità non “funzionale”, cioè che non produce la sua propria ragione circolare, traducibile in maniera immediata, non è legittima sulla scena pubblica.

Le forme di irreggimentazione dei comportamenti e dei discorsi assumono quindi un carattere forzato, e sempre più si afferma nel dibattito pubblico una delegittimazione esplicita del dubbio. È qui che nasce la nozione di complottismo come semplificazione criminalizzabile (anzi, prima di tutto ridicolizzabile) di ogni costruzione di senso non pragmatica e non aderente ai vincoli su cui si è consolidato il consenso di una comunità scientifica: potenzialmente è complottista qualsiasi messa in discussione dello stato delle cose che voglia rilevare la presenza di un’agentività nella strutturazione del rapporto tra cause e effetti, laddove deve esistere solo una necessità. Il complottismo categoria estremamente vaga dal punto di vista descrittivo – incorpora quindi in modo vigoroso l’ingiunzione ad aderire ad alcune formedel discorso prima che a delle verità stabilite. Non è un caso che i complottisti vengano identificati più con i modi della loro argomentazione, che tramite la dimostrazione di falsità di ciò che esprimono.

Per i motivi esposti, ogni distinzione tra critica scientifica e “fantasie di complotto” si risolve in uno sforzo nominalista, che mistifica ulteriormente le ragioni incarnate che dirigono i gesti di conflitto anche nel campo della conoscenza teorica. Riprendendo in mano il ruolo e le ragioni dei vari dubbi, è possibile piuttosto individuare alcune tendenze che confondono la distinzione tra critica e complottismo. Descriviamo brevemente alcune di queste tendenze

1. L’intuizione che alcune élite tecniche, politiche e economiche, agiscono al livello della verità legittima, selezionando gesti, forme e informazioni rilevanti. Costruendo il reale a partire da vincoli scelti, gli stessi vincoli che poi circolano socialmente nella forma di necessità naturali.

2. Un tentativo di perforare l’isolamento reciproco di narrazioni condannate all’irrilevanza, tramite l’utilizzo della stessa grammatica informazionale egemone10. Si tratta qui della principale impasse in cui si imbatte ogni “critica della scienza” che, come abbiamo descritto più sopra, non riconosca l’innovazione teoretica installata dal paradigma del calcolo, e che cerchi di rispondere a questo paradigma con un’attitudine di ri-fondazione o di semplice “svelamento” della verità dietro la macchina.

3. Infine, l’elemento più interessante sta nelle interrogazioni rivolte ai risultati negativi, le inconclusioni della stessa materia scientifica. Queste interrogazioni permettono di sollevare “in negativo” l’intenzionalità delle élite già rilevata al punto (1): perché a un’epidemia arborea si può rispondere solo con abbattimenti di massa? come si può verificare “scientificamente” un modello climatico se c’è una sola terra? In che senso il vaccino era sicuro se il suo trial è durato molto meno dei precedenti? Non si tratta qui di negare il cambiamento climatico, o che il vaccino abbia avuto una forma di efficacia. Si tratta però di rilevare che la precisazione di tutti i termini in questione prevede un ritaglio scelto dei concetti utilizzati, e che questo ritaglio ha conseguenze concrete sia sull’uso di questi concetti, che sulle loro implicazioni causali.

La capacità di estendere questa attitudine oltre il semplice “smascheramento”, può essere la chiave per riattivare usi del linguaggio e delle tecniche che sono al momento preclusi dall’egemonia informazionale.

Postilla conclusiva sulle derive dei tecnici

Ho già osservato che la ricchezza inconclusa dei gesti viene di continuo passata al setaccio dal gergo scientista e dalla logica informazionale. Questo elemento che ho poco sopra affrontato nelle sue conseguenze sul (lo sfaldamento del) consenso sociale, pone anche dei problemi rispetto al campo dell’innovazione tecnica. L’organizzazione dei tecnici infatti deve prevedere degli spazi di prossimità e elaborazione che non possono ridursi alla retorica della Scienza e alla sua mistificazione come “registrazione” del Reale.

L’organizzazione concreta dei ceti tecnici, prevede delle isole di expertise all’interno delle quali è possibile coltivare l’eccedenza dei discorsi tecnico-scientifici e formulare delle ipotesi sulle forme degli oggetti di studio, sui parametri dei modelli e la loro elasticità, e in generale sugli spazi e sui gesti che mettono in forma l’agire tecnico. Questo processo a tutti gli effetti creativo, viene reintegrato a valle dentro una grammatica della scoperta e del dato. Cioè nelle comunità tecniche vengono costituiti dei vincoli teorici che poi circolano come dati al di fuori delle comunità che li hanno messi in forma.

La Scienza diventa quindi anche una grammatica comune attraverso cui le diverse comunità disciplinari organizzano, anche economicamente, le loro produzioni.

Ecco però che la questione dell’incompletezza dei paradigmi scientifici, si ri-presenta tra le comunità tecniche, come non-allineamento tra i diversi regimi di verità specifici. La costruzione soggettiva degli “scienziati” o “tecnici”, che dovrebbero aver introiettato disciplina discorsiva e istituzionale, non può fermare questa frammentazione ontologica. Pone invece un problema pressante rispetto all’impianto discorsivo tecno-politico: le derive dei discorsi dei tecnici, devono essere controllate tramite altri di rapporti di forza, incofessabili dentro la dialettica liscia del metodo scientifico.

A titolo d’esempio citiamo due casi.

Il revival nuclearista dentro l’ambito della fisica nucleare italiana, cioè il ritorno di ipotesi nucleari rispetto all’investimento energetico italiano, poste come soluzione al problema delle fonti energetiche sostenibili ed ecologiche. Il successo dell’ecologismo mainstream si è in questo caso innestato sui meccanismi di auto-giustificazione di una specifica comunità disciplinare e sulla capacità di formulare un discorso “soluzionista” in risposta a una questione epocale.

Se la postulazione di “ecologia” dell’energia nucleare fa problema di per sé, a balzare agli occhi è anche il fatto che, in questa fase storica, soltanto “i fisici nucleari” intesi come comunità separata possono guardare con entusiasmo a una soluzione che pone enormi problemi gestionali, ingegneristici, di formazione dei tecnici. In altre comunità di tecnici, non per caso, non si riscontra affatto il medesimo successo ideologico di questa opzione11. Ma smentire “scientificamente” l’entusiasmo nuclearista significa mancare il punto: è visibile in controluce una intenzionalità specifica – di una comunità tecnica specifica – e l’apparato tecno-governamentale complessivo è incapace di ricondurla dentro una cornice di senso più vasta. Per governarla deve esplicitare i propri indirizzi tecnici come condizioni imposte.

Il secondo esempio è la crisi avvenuta pochi mesi fa dentro l’azienda di intelligenza artificiale OpenAI.

In estrema sintesi, una lotta di potere interna all’azienda ha visto scontrarsi la parte tecno-ottimista, che esprimeva il CEO Sam Altman, e quella più prudente e cauta sulla commercializzazione delle nuove macchine. Questa seconda parte più numerosa nel consiglio di amministrazione ha prima licenziato Altman, per poi tornare sui suoi passi in seguito in particolare alle forti pressioni dell’investitore principale: Microsoft. Al di là dei risvolti prettamente aziendali, è interessante che i tecno-prudenti abbiano sviluppato una visione complessa del ruolo delle intelligenze artificiali, fatta di immaginari tecno-catastrofici e di ideologie specifiche (una su tutte quella dell’effective altruism, altruismo efficace), che però non sono condivise all’interno dello stesso ecosistema aziendale e anzi portano a conflitti sui modi e gli scopi delle politiche aziendali. Quest’ultimo punto è particolarmente cruciale, perché attorno alla diversa formulazione tecno-economica dei problemi che si pongono alla comunità tecnica, si assiste a una possibile biforcazione del quadro di senso che organizza lo sviluppo di queste macchine. Non si tratta di vedere nell’altruismo efficace una forma di anti-economicismo, al contrario questa ideologia sembra proprio ricondurre ogni considerazione etica sullo sviluppo tecnologico dentro una griglia di valutazioni quantitative formulate in termini sociali, e su scala globale. È rilevante però che questo scontro “di visione” non sembri avere dei punti di sintesi, che anche in questo caso non esista un discorso tecno-scientifico capace di mediare (e quindi opacizzare) i rapporti di forza che attraversano i ceti tecnici.


1È interessante notare che questo è avvenuto anche grazie a una semplificazione rappresentativa che ha ancora una volta il carattere di un’ingiunzione illocutoria: l’identificazione tra circolazione del virus e infezione degli individui che ha accompagnato la prima diffusione dei vaccini, e che non ha mai perso la sua rilevanza interpretativa nonostante successive analisi abbiano modificato il quadro. La semplificazione consiste nell’identificare l’interfaccia tra virus e corpi con una frontiera, e quindi nell’interpretare il caso eccezionale del virus del vaiolo (dove il vaccino interrompeva la circolazione del virus) con un esempio paradigmatico. Nel caso dei virus respiratori come il covid, il patogeno si accumula nelle mucose, cioè in zone non raggiunte dalla circolazione sanguigna. Nelle possibili interfacce tra agenti virali e agenti infettabili, si annida una miriade di contingenze – intraducibili tra loro – che sono state rese irrilevanti.

2Da P. Levy, Il paradigma del calcolo. Dalla raccolta Da una scienza all’altra a cura di I. Stengers

3Indipendentemente dalla capacità di “costruire” un esempio dell’oggetto in questione, cioè anche una dimostrazione per assurdo è sufficiente a fornire dimostrazione di esistenza.

4La coerenza è la proprietà della teoria di avere solo asserti non-contraddittori. La completezza è la proprietà che ogni asserto della teoria è dimostrabilmente vero o dimostrabilmente falso. Il primo risultato di Gödel comporta l’impossibilità di dimostrare la coerenza con i simboli e le regole della teoria stessa. Il secondo risultato comporta l’esistenza di un asserto che può essere sia vero che falso se si ha come unico punto di partenza gli assiomi della teoria. La costruzione di uno statuto di verità o falsità dell’asserto dipende quindi dall’aggiunta di un vincolo ulteriore, dato per esempio dalla situazione contingente che si sta approfondendo, o da una scelta arbitraria.

5Chiaramente questi risultati negativi hanno un’assoluta centralità nel dibattito scientifico, e si potrebbe dire che è proprio attorno a questi risultati negativi che proliferano le nuove definizioni e gli sviluppi disciplinari. Quello che mi interessa però rilevare è che l’esistenza dei risultati di un calcolo algoritmico può essere definita come lo svolgimento stesso dell’operazione di calcolo, e questa nozione radicherà la propria forza nell’egemonia del gesto calcolatorio stesso.

6Facciamo dei semplici esempi della strutturazione su più livelli di cui stiamo parlando: la scelta dei criteri che distribuiscono finanziamenti sul piano europeo è oggi in larghissima parte indipendente dalle burocrazie nazionali, quindi queste ultime subiscono i criteri come “dato”, mentre le burocrazie europee costruiscono quel dato; la nozione di “esperto” di un settore fornisce sul piano giuridico ma anche sempre più spesso nel dibattito pubblico, la legittimità o meno di criticare dei “dati”; le varie metodologie mediche sono oggetto di studio per i medici e strumenti dati per il paziente; la mancanza di potere del “cittadino” è inscritta nella sua facoltà di accedere alle cose solo in quanto dati.

7Questo anche se dal punto di vista teoretico è corretto affermare che la macchina calcolatoria, l’algoritmo, non fornisce una descrizione omnicomprensiva della realtà.

8È chiaro che in molti casi quando si parla di “apertura della black box” ci si riferisce semplicemente alla rilevazione degli usi che vengono fatti (di solito profilazione con fini commerciali, elettorali o polizieschi) delle classificazioni discriminanti portate dalla macchina. Senza soffermarsi sul carattere performativo o meno della macchina. Qui comunque mi interessa puntare l’attenzione che il racconto generale delle macchine informatiche, invera continuamente le forme di datificazione implicite nel loro funzionamento.

9Identifico l’emergenza sanitaria indotta dall’evento Covid, e quella climatica, come fenomeni globali che hanno segnato dei punti di demarcazione irreversibili

10La faim d’être, guidée non pas par une expérience de la souffrance et le désir de la faire cesser, une passion, mais par sa seule annonce qui n’atteint que trop rarement le « champ de l’expérience », s’accroche aux catégories de la domination pour les reconduire. (Mohand)

11In più, il problema a cui si suppone che l’energia nucleare farebbe da soluzione, non può che avere in Italia una tempistica del tutto irrealistica rispetto allo sviluppo della crisi climatica

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