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Diventare vivi, autonomi, esplosivi. Intervista al Comitato Invisibile

Ott 20, 2026

Quella che segue è un’intervista rilasciata, in Francia, in occasione della pubblicazione del nuovo libro del Comitato Invisibile, Manuel de survie. Si tratta di un intervento che avviene mentre le proteste dei liceali sono già in corso, con una contagiosa moltiplicazione di blocchi e cortei selvaggi che nel paese non si vedevano da diversi anni. Una sequenza di insubordinazione senza preavviso, insomma, demonizzata dal largo partito dell’ordine e inseguita disperatamente da una sinistra che vorrebbe addomesticarla per la vicina scadenza elettorale. Eterno ritorno dell’identico.

L’intervista è stata pubblicata il giorno prima del 17 ottobre, giornata insurrezionale descritta come senza precedenti da tutti coloro che vi hanno preso parte, evento che ha sprigionano un’intensità impressionante di rabbia, gioia, determinazione allo scontro. Saccheggi, rivolte, incendi, assalti a caserme e palazzi istituzionali, senza un disegno organizzativo visibile, nell’anonimato diffuso e nella creatività tattica, completamente al di fuori della grammatica politica codificata e prevedibile. Molti centri, altrettanti gruppi, sortite che colpiscono e scompaiono, un sabotaggio esorbitante e incontrollabile dei dispositivi metropolitani. Il tessuto biopolitico è messo in crisi irrimediabile dalla vitalità di singolarità incontenibili. Se la parola autonomia ha un qualche senso vitale, non è un’etichetta decrepita, è solo questo che significa.
Ci sembra piuttosto evidente che alcune delle riflessioni presenti in questa intervista, che a loro volta riecheggiano il contenuto del libro, avessero colto pienamente il punto. Precisa l’individuazione dell’intento di traumatizzare nella strategia poliziesca, precisa la diagnosi del nichilismo irrimediabile nelle disposizioni di un attivismo comunicativo che non mette neppure in gioco la possibilità di una forza collettiva in grado di scompaginare la situazione. In quante occasioni abbiamo visto, anche in Italia, importanti risorse di coraggio e sincerità spente da movimenti incanalati nell’estenuante ricerca dell’immagine pubblica? Quanta intelligenza consegnata alla cattura dei profili social e quanto cecità rispetto alla circolazione sotterranea dei gesti di rifiuto?

La fase del Covid è stata rivelatrice, dell’impotenza della critica e della codardia del progressismo, ma anche episodi più recenti – dalle piazze sulla Palestina al 31 gennaio – hanno mostrato la divaricazione crescente tra i rituali della politica militante e quella forza intensiva di desiderio, per dirla con Deleuze, che è sempre dietro ogni rivolta. Che scompare e riappare tranne quando viene catturata.
Giusto, il 17 è stato un momento di verità, non un movimento sociale. Ma forse ancora più giusto, rispetto alla peculiarità del caso italiano, è l’appello a cambiare sguardo, a relazionarsi ai giovani che sono scesi in piazza anche qui, a scontrarsi a Bologna, a espropriare a Milano, con un approccio diverso dalle lenti sociologiche idiote di chi blatera di “maranza” o del “disagio sociale”. E questo richiede un ragionamento nostro, sulla situazione presente qui: come singolarizzare la nostra esperienza, diventare vivi, di fronte a una generazione a cui sembrerebbe che non abbiamo proprio nulla da insegnare? Come sperimentare un gesto politico che entri in contatto con la vita, che non sia intriso di cristianesimo ma capace di attingere alla propria forza e farne un qualcosa di sensibile, concreto, imparando dalle proprie sconfitte? Ognuno deve rispondersi, prima di tutto da solo.

Ci sono fantasmi di gruppo che desiderano la repressione, che aderiscono al campo sociale, e in questi giorni li sentiamo in tutte le voci – poliziesche, fasciste, paternalistiche – che attaccano furiosamente i ragazzi scesi in piazza. Amare le catene, proprie e altrui.
Ci sono invece fantasmi di gruppo che disinvestono il campo sociale e fanno sì che le istituzioni crollino, e si apra qualcosa di nuovo. Questo e nient’altro che questo sono i divenire rivoluzionari. Felice chi li attraversa.


Unirsi agli studenti delle scuole superiori e «diventare vivaci, autonomi, esplosivi»

Semplice coincidenza o segno dei tempi, il Comitato Invisibile pubblica il suo Manuale di sopravvivenza proprio il 16 ottobre, nel pieno della rivolta giovanile e alla vigilia di un possibile «ritorno dei gilet gialli».
Da una ventina d’anni, attraverso i suoi comunicati (L’insurrezione che viene, Ai nostri amici, Adesso), raccolti e pubblicati in Italia da Nero (2019) ha saputo ispirare le successive ondate di rivolta, ma anche trarne bilanci critici e ipotesi teoriche. Con il Manuale di sopravvivenza propone un pensiero esigente, sobrio, privo di adulazioni, autocritico, ma capace anche di generosità e onestà.

Gli interrogativi che solleva sono spesso anche i nostri e, in fondo, quelli di tante persone frustrate dalle sconfitte e dal senso di impotenza: come interpretare le ripetute sconfitte, nonostante il persistere di forme di conflittualità? Quale bilancio trarne? Come «sopravvivere» al presente? In che modo prospera il nemico? Come affrontare il capitale con serietà e strategia, e tornare a fare davvero proprie l’etica e la prospettiva rivoluzionarie?

Coerentemente con la sua esplicita critica dello spazio pubblico, il Comitato Invisibile interviene di rado. Due autori che hanno contribuito al Manuale di sopravvivenza hanno tuttavia accettato di rispondere alle nostre domande sul libro e di offrire la propria analisi del momento che stiamo attraversando.


Il Manuale di sopravvivenza spiega che i gilet gialli hanno realizzato una forma di insurrezione che gli autonomi avevano a lungo auspicato, ma lo hanno fatto senza di loro: un movimento nato dall’incontro tra esperienze singolari, fino ad allora isolate, anziché da un’organizzazione preesistente. Ci sono punti in comune con l’attuale rivolta giovanile oppure siamo di fronte all’ennesima mobilitazione rivendicativa della sinistra, incanalata, recuperata o addirittura sabotata da sindacati e partiti?

Quello che sta scuotendo il paese in questo momento non è un movimento sociale, è un movimento vitale. Il mondo degli «adulti» al comando corre a rotta di collo verso un muro; anzi, accelera. Se ne fotte di tutto, vuole continuare a godersela fino all’ultima goccia di petrolio. Pretendere di essere «responsabili», «ragionevoli» e custodi dell’«autorità» è il colmo del loro feroce infantilismo. Non potendo essere giovane, una società di vecchi non può che essere ossessionata dalla giovinezza. Vuole tutti i segni esteriori della giovinezza, ma ne detesta la vitalità. Gli studenti delle superiori non hanno alcuna ragione di sentirsi solidali con una simile civiltà di aspiranti suicidi. Hanno visto i loro genitori e i loro insegnanti piegarsi a tutte le umilianti assurdità della gestione del Covid, per poi arrampicarsi sugli specchi pur di giustificare il fatto di averli rinchiusi in casa e sottoposti, a loro volta, alle stesse misure. Tanto che, quando questi ragazzi prendono la parola, sembra di sentire i genitori dei loro stessi genitori. «Mi dispiace, ma non è che solo perché voi accettate di essere bastonati come cani, di essere pagati una miseria, di non potervi permettere una spesa decente ogni mese, allora tutti debbano subire le stesse cose solo perché voi non avete avuto le palle di aprire bocca», sbotta una studentessa. Ma vale anche il contrario. Quell’infame nazista di Henry Ford diceva che «se la popolazione capisse il funzionamento del sistema bancario, credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domattina». Se gli studenti sapessero che cosa dicono di loro gli insegnanti in sala professori, salvo rarissime e per questo ancora più preziose eccezioni, non resterebbero molte scuole superiori intatte in Francia. Governare un mondo che non ha altra promessa da offrire se non quella del proprio crollo si preannuncia più complicato del previsto. Non è affatto detto che basti controllare la posizione dei figli minuto per minuto col GPS.

In una società amministrata, quella che chiamiamo “gioventù” è semplicemente la componente libera: quella che non è ancora vincolata da una carriera, un superiore, un mutuo, un ambiente sociale, e che può quindi permettersi di dire ciò che tutti vedono, ma preferiscono tacere. Per evitare che la rivolta si generalizzi, la si riduce a una questione generazionale. L’attuale rivolta «dei giovani» esprime in modo essenziale una condizione comune. Che senso ha fare carriera in un mondo in cui le temperature arrivano a 45 °C – e dunque studiare per riuscirci? Come osa questa società trattare le proprie insostenibili contraddizioni come un “problema psicologico” che spetterebbe a noi risolvere – e dunque invitarci alla “resilienza” di fronte alla nostra “eco-ansia”? Per quanto tempo ancora tollereremo la selezione che si compie a ogni livello della popolazione – e dunque Parcoursup e MonMaster?[1] La vita consiste forse nel prendersi cura di sé come capitale umano – e dunque come insieme di competenze? Quando smetteremo di lavorare per farci sostituire dalle IA – destino che le start-up del ministero hanno già riservato agli insegnanti? E soprattutto, come fare la rivoluzione in un mondo interamente progettato per impedircelo? Tutte queste domande, e alcune altre, sono state il nostro punto di partenza per scrivere il Manuale di sopravvivenza. Per due anni abbiamo cercato di rispondervi, di tracciare un bilancio strategico del fallimento dei movimenti a cui avevamo partecipato, di individuare il terreno su cui avviare un nuovo processo rivoluzionario. Sapevamo che era un compito necessario, ma ormai nessuno parlava più di rivoluzione. Ci chiedevamo se stessimo ancora scrivendo per qualcuno. Ora sappiamo per chi abbiamo scritto. Non abbiamo sgobbato per niente.

Il primo tratto comune tra i gilet gialli e l’attuale rivolta degli studenti è che entrambe provengono dagli ambienti più estranei alla socializzazione militante, ai suoi codici, alle sue elucubrazioni senza fine, alla sua tristezza – al suo modo di essere radicale tenendo il muso lungo. Sono rivolte che sanno ancora dire «io». E in effetti, prima della settimana scorsa, era dai tempi dei gilet gialli che non provavamo più una simile gioia nello scendere in strada, scherzare, ballare, cantare, fare scritte sui muri e partecipare a una sommossa. Un altro tratto comune è la lotta contro l’umiliazione come norma dell’integrazione sociale, vale a dire contro il fondamento stesso della cultura francese. Si tratta dunque di sfidare il giudizio. Che i cessi nelle scuole siano sfondati non è soltanto un problema “di merda”: è un chiaro segno di disprezzo. Cose del genere devono finire. «Gen Z perché saremo l’ultima generazione a farci trattare come merde», recitava un cartello martedì scorso. Nessun bisogno è spregevole – bisogno di dormire, di soldi, di considerazione, di senso, di amore. Tutto, nella cultura francese, mira a farci vergognare dei nostri bisogni, al punto che «fare i propri bisogni» è diventato sinonimo di cagare. Gli studenti delle superiori, come i gilet gialli, infrangono apertamente questo tabù. I bisogni, nella loro materialità, nella loro singolarità, sono ingovernabili: non appena vengono rivendicati, i governi non sanno più quale pretesto inventarsi per cambiare discorso. Un terzo tratto comune è il rifiuto del double bind governativo, il rifiuto di lasciare che il potere ci faccia impazzire a forza di ingiunzioni paradossali. Ecco perché si comincia finalmente a prenderlo in parola. «Ci avevi detto di venire a prenderti? Eccoci qua, Macron, siamo sugli Champs-Élysées e presto saremo all’Eliseo!». «Ah, non fate che ripeterci tutto l’anno che dobbiamo lavorare, superare le verifiche e sacrificarci per il nostro “futuro”? E allora dateci i mezzi per farlo, figli di puttana!». All’improvviso, il potere è nudo e comincia a balbettare. Poi mostra il suo vero volto e vuota il sacco. Tratta una scuola occupata come un episodio di «violenza urbana» e spiega, su una radio pubblica, che ci sono troppi studenti delle superiori, che molti di loro non hanno alcun posto al liceo e che, in ogni caso, anche se studiano, gli studi non basteranno mai a renderli competitivi con l’IA sul mercato del lavoro. Tutto diventa finalmente chiaro.

Il senso di colpa dei militanti per essersi «persi i gilet gialli», ai quali hanno impiegato tre settimane per unirsi e che inizialmente avevano liquidato come «fascisti», è tale che da allora non fanno che riproporne il simbolo a ogni occasione. E in effetti, come ricorda il Manuale di sopravvivenza, quell’insurrezione schiettamente proletaria, anti-sindacale, anti-politica e anti-rappresentativa è stata fatta senza di loro. Ciò non ha impedito ai gilet gialli, dopo i primi scontri con i CRS,[2] di adottare la tecnica del black bloc, una tecnica di sommossa nata nell’autonomia tedesca degli anni Ottanta e diffusasi in Francia solo molto tardi, nel 2016. Ne hanno adottato la tecnica, non l’identità. Ma i gilet gialli hanno agito da autonomi non tanto per questo dettaglio, per quanto significativo, quanto per il loro costante rifiuto di qualsiasi rappresentante, portavoce, organizzazione esterna o mediazione istituzionale. «Potere a nessuno!», rivendicavano gli autonomi tedeschi nel 1981. I gilet gialli sono stati quell’«autonomia oltre gli autonomi» che gli Indiani metropolitani sognavano nel 1977. Se per gli autonomi i gilet gialli hanno rappresentato una ferita nell’orgoglio, per i sindacati sono stati un incubo: lavoratori che insorgono, occupano le strade e prendono direttamente la parola, senza passare per i loro rappresentanti ufficiali e stipendiati. Bisogna ricordare i discorsi di Laurent Berger del 2023, all’inizio del movimento contro la riforma delle pensioni: non faceva che esprimere il suo disprezzo per i gilet gialli. Prendersi la rivincita su di loro era del resto l’unica, autentica motivazione delle dirigenze sindacali in quel movimento: non vincere contro le provocazioni del governo a colpi di giornate di mobilitazione a singhiozzo, ma semplicemente rimettersi in sella dopo un simile affronto – un movimento di restaurazione, dunque. Per tutta una serie di ragioni, l’attuale movimento degli studenti delle superiori e delle università è meno attrezzato per difendersi dalle manovre sindacali e partitiche. Martedì scorso, una marcia verso Matignon, con partenza dall’Hôtel de Ville, decisa da migliaia di studenti delle superiori e universitari, è stata tranquillamente sabotata dalle organizzazioni sindacali e trasformata in un corteo destinato a farsi accerchiare dalla polizia in place Vauban, senza che nessuno gridasse allo scandalo. Sindacati, media, organizzazioni di sinistra: gli amici falsi sono molto più pericolosi dei veri nemici. Se riescono a fotterci, è proprio perché a un certo punto hanno finto di stare dalla nostra parte. Quanto ai mélenchonisti, con la loro strategia di conquistare l’egemonia su tutto ciò che si muove e la loro tattica PANG! (Personne À Notre Gauche!, «Nessuno alla nostra sinistra!»), non fanno che preparare cinicamente la più colossale sbornia politica dai tempi di Mitterrand. Si nutrono delle speranze altrui come le zecche si nutrono di sangue. È forse una buona scusa per non unirsi agli studenti delle superiori? Assolutamente no. «Unirsi agli studenti» non significa tanto seguirli e sostenerli, quanto estendere il rifiuto e i divenire di cui il loro gesto è portatore. Rifiutare di lasciarsi stritolare. Rifiutare di essere vittime del sistema. Diventare vivi, autonomi, esplosivi. Siamo fiduciosi: in ogni caso, non esiste alcuna soluzione elettorale a questa impasse di civiltà.

Pagine importanti del Manuale sono dedicate alla «governamentalità attraverso il trauma». Tra queste, spicca una dura requisitoria contro la stupidità strategica degli organizzatori della mobilitazione di Sainte-Soline, sfociata in una deliberata «traumatizzazione».[3] «Ricominciare» significherebbe dunque trarre delle lezioni dalle sconfitte e uscire dalla ripetizione traumatica. Anche in questo caso, assistiamo a una repressione poliziesca tanto prevedibile quanto massiccia. Ci stiamo forse gettando ancora una volta in una trappola?

Quando si mandano in stato di fermo 7.000 studenti delle superiori nell’arco di tre settimane, caricandoli a cavallo o con granate già innescate, è evidente che non si tratta più di «mantenimento dell’ordine» o di un problema di «dislocazione dei reparti». Si tratta di una strategia. «Lo scopo della manovra era spaventare gli studenti e i loro genitori per stroncare al più presto la rivolta», spiega candidamente un commissario di polizia. Questa banale ammissione mostra fino a che punto, negli ultimi anni, i governi abbiano preso l’abitudine di manipolare i traumi – che siano provocati da una catastrofe, un attentato, una guerra o dalla loro stessa polizia. In quest’ultimo caso, il Manuale di sopravvivenza parla di «traumatizzazione strategica». La repressione del movimento studentesco conferma purtroppo questa tesi. In Francia, l’insurrezione dei gilet gialli ha segnato il punto di svolta verso questa nuova configurazione. Nella settimana dell’8 dicembre 2018, il governo e i media non hanno fatto che agitare lo spettro di possibili morti. È allora che hanno gettato alle ortiche la «dottrina Malik Oussekine». La strategia del «mutilarne uno per dissuaderne cento» era già stata sperimentata nelle ZAD, a Sivens, a Bure e durante lo sgombero di Notre-Dame-des-Landes. Approfittando del terreno non urbano, polizia e gendarmeria facevano piovere granate offensive che esplodevano indiscriminatamente. A quanto pare, è proprio quello che è successo a Lens. Quanto alla tecnica di investire i manifestanti con i mezzi blindati, è da tempo sperimentata nelle banlieue. Qual è lo scopo, dal punto di vista della gestione delle folle? Nessuno. Poiché il punto è traumatizzare. Lo shock e il terrore vengono amplificati dai video – un modo come un altro per ritorcere contro i manifestanti i loro stessi strumenti, trasformando i video virali in un veicolo di diffusione del trauma e, dunque, della dissuasione. Denunciare la fascistizzazione della polizia serve soltanto a nascondere quanto vi sia di profondamente democratico in questo modo di governare.

Sainte-Soline, marzo 2023? La trappola era visibile da ogni parte, da qualunque punto e sotto qualsiasi angolazione. Chi aveva partecipato ai cortei selvaggi del movimento contro la riforma delle pensioni, con i fantocci decapitati di Macron, le minacce rivolte a Luigi XVI da Place de la Concorde o l’assalto al tribunale amministrativo di Nantes, sapeva che qualcosa stava sfuggendo al soffocante controllo sindacale. Per il potere era urgente stroncare sul nascere la generazione che stava emergendo da quelle lotte. E così, su quell’altura spoglia, installò la sua gigantesca trappola per topi militanti. Chiunque si fosse trovato davanti a quel terrapieno circondato da camion disposti a formare una muraglia, con il generale delle forze avversarie che si pavoneggiava sugli spalti della fortezza, avrebbe fiutato immediatamente la trappola. Chiunque avesse sentito le provocazioni di Darmanin nei giorni precedenti, come prima di un incontro di boxe, avrebbe annusato l’imboscata. Pochi giorni dopo la nostra totale disfatta, i gendarmi si vantavano sui giornali del successo della loro operazione di traumatizzazione. Era proprio questo il termine che usavano. Il movimento è stato stroncato di colpo. Le manovre e i calcoli politici degli organizzatori di quella giornata non bastano a spiegare come una trappola tanto evidente abbia potuto funzionare. Finché non si guarderanno in faccia sconfitte di questo genere e tutto l’intrico di ragioni che le hanno prodotte, saremo condannati a ripeterle. Resteremo prigionieri del circolo della ripetizione traumatica. Durante la manifestazione del 6 ottobre scorso a Parigi, la piccola sommossa scoppiata poco prima di sbucare in Place de la Nation mirava proprio a evitare di finire nel dispositivo predisposto per stritolare le consuete scaramucce di fine corteo. Ogni rivolta di una certa consistenza inventa le proprie forme, che sono anche delle tattiche. È incredibile quante possibilità si aprano oltre l’idiota transumanza sindacale! Ogni volta, l’evento non si produce mai sul terreno della semplice «manifestazione», altrimenti non avremmo sentito Lecornu compiacersi all’Assemblea di «queste manifestazioni [che] il governo accoglie con grande rispetto […] e con sollievo, perché finalmente disponiamo di un quadro legale, dichiarato, democratico, all’interno del quale è possibile esprimere il dissenso». All’inizio di questo mese, gli studenti delle superiori hanno dimostrato che è possibile mettere sotto assedio la propria scuola, a colpi di fuoco e di «delirio». Nessuno se li aspettava su questo terreno, a cominciare dai loro aguzzini. Il 6 ottobre, a Lione, invece di sopportare la reclusione nell’assemblea generale trotskista, il corteo si è allargato nelle strade circostanti per innalzarvi delle barricate. Intorno a quei fuochi improvvisati si è probabilmente ballato più che ai concerti nella Bourse du travail.[4] Ogni nuova irruzione trova il proprio repertorio, che alla fine si rivolge sempre contro quello prescritto dagli aspiranti capi. Tutto questo testimonia la persistenza di quell’intelligenza tattica che tanto ci è mancata a Sainte-Soline. Fortunatamente, in Francia non esiste uno stato maggiore dei blocchi delle scuole superiori, a differenza di quanto accadde quel giorno nelle Deux-Sèvres. Del resto, la strategia della traumatizzazione non ha avuto sul movimento studentesco l’effetto sperato, tutt’altro. Ha aggiunto un motivo di rivolta a un movimento che già non ne difettava. E ne ha temprato la determinazione, proprio quella che si voleva fiaccare. Cazzo, hanno fatto un altro buco nell’acqua!

C’è una certa aspettativa verso il 17 Ottobre, data che potrebbe segnare il ritorno dei gilet gialli. Nel Manuale viene aspramente criticata l’illusione che i soli social media possano produrre una dinamica rivoluzionaria, anche rispetto al caso solitamente citato a supporto di questa idea, quello delle Primavere Arabe. La disfatta del 10 settembre 2025,[5] definito una «bolla speculativa militante», sembra confermare questa ipotesi. Ci troviamo ancora una volta intrappolati in una simile «bolla», oppure questa nuova chiamata alla mobilitazione, insieme alla rivolta giovanile, può aprire uno scenario inedito?

Poche settimane prima della dissoluzione dell’Assemblea Nazionale nel giugno del 2024, i più stretti consiglieri di Macron si sono ritrovati all’Eliseo per guardare la serie «La Fievre». Il discorso del 9 giugno, in cui è stato annunciato lo scioglimento, conteneva infatti allusioni a questa stessa “febbre”. Nella serie, ideata da un ex membro del Partito Socialista (PS) vicino a Mélenchon, oppositori governativi e antigovernativi fanno a gara per sedare o alimentare rivolte in tutto il paese manipolando il campo della comunicazione. Gli strateghi della comunicazione di ogni fazione fissano enormi pannelli di controllo, da cui sorvegliano in diretta le tensioni che divampano sui social media. È una vecchia fantasia sul potere cibernetico: quella della Control Room. I lettori della rivista Polytechnique sanno che l’ufficio del Primo Ministro, nel 2024 per la precisione, ha testato un software per cartografare in tempo reale i rischi di frammentazione sociale – cartografia basata sull’analisi del «rumore» mediatico. Ciò che conta in questa mappatura non sono le idee che circolano né chi le diffonde (attivisti o bot russi), ma le deviazioni dalla norma, il modo in cui esse si aggregano, formano ascessi e come inciderli. Che i governi trasformino i mezzi di comunicazione in strumenti di controllo non può davvero sorprendere. Ciò che dovrebbe preoccuparci, piuttosto, è che così tanti rivoluzionari abbiano finito per adottare una concezione simile della rivolta. Secondo loro basterebbe lanciare una chiamata virale sui social dopo aver tessuto una rete di account veri e falsi per dare il via all’insurrezione. Questa concezione comunicazionale della rivolta non è certo emersa per la prima volta l’anno scorso. Facebook e Twitter stavano già applicando questa narrativa alle «Primavere Arabe». Ma, come si legge chiaramente nel Manuale di sopravvivenza, non c’è stata alcuna «Rivoluzione di Facebook». Proprio come il maggio 1968 non è stata una «Rivoluzione RTL» [Radio Télé Luxembourg], né Genova nel 2001 è stata una «rivolta Wanadoo». Il punto non è certo negare il ruolo dei canali di comunicazione in questi eventi, e in particolare nel loro ritmo. La molteplicità delle narrazioni, l’idea che chiunque possa mostrare il proprio mondo a tutti gli altri, è letteralmente un’invenzione del movimento antiglobalizzazione, nata dalla convergenza tra i primi hacker e il movimento zapatista. Dobbiamo ammettere che questa idea è stata rivolta contro di noi, come molte altre armi del ciclo insurrezionale dell’ultimo quarto di secolo. Abbiamo appena cominciato a stilare l’inventario del nostro arsenale.

In fondo, da quando il movimento dei gilet gialli si è esaurito nella ripetizione dei cortei del sabato, «gilet gialli» è diventato un modo per dire «insurrezione» senza pronunciare effettivamente quella parola. E infatti l’insurrezione è l’unica risposta commisurata al soffocamento, all’umiliazione, alla miseria e alla palese beffa che l’apparato governamentale ha in serbo per noi. Soltanto che, a partire dall’8 dicembre 2018, questo apparato si è armato in vista di una nuova ondata di gilet gialli, dopo essere stato colto alla sprovvista il 24 novembre e l’1 dicembre di quell’anno. Perciò ci serve un nuovo fattore di sorpresa. La vitalità degli studenti delle scuole superiori può cambiare le carte in tavola e complicare l’equazione repressiva per le forze governative, ma un’insurrezione non è semplicemente una sequenza di manifestazioni. Piuttosto che speculare su questa data, preferiamo trarre lezioni strategiche dalle sconfitte passate e partire da ciò che è rimasto incompiuto. Col senno di poi, il fatto più ingenuo avvenuto durante le giornate insurrezionali dei gilet gialli è stata che abbiamo sfilato davanti alle sedi di Lazard, dell’UIMM[6] e di LVMH , o sotto gli uffici di Publicis, senza renderci conto che era lì, ben più che all’Eliseo, che il nemico – il capitale – era in agguato. Adesso le cose sono più chiare, grazie all’arroganza del capitale. Le parole d’ordine stanno circolando. L’insurrezione è l’unica via per sfuggire alla trappola elettorale che si profila all’orizzonte. Ciascuno sa bene che le pressioni morali e finanziarie volte a sottometterci non faranno che intensificarsi nei prossimi mesi. Il lockdown che ci viene imposto tramite i prezzi della benzina non è più accettabile dei precedenti. Inoltre, non possiamo lasciare che il regime macronista sparisca senza fargli pagare il prezzo dei suoi abusi. Tutto ciò va vendicato. In ogni caso, il 17 ottobre saremo in strada.

L’intero testo costituisce un’approfondita analisi delle forme contemporanee del dominio capitalista e di come esse si siano evolute negli ultimi quindici anni. Mostra come i cosiddetti «rivoluzionari» siano caduti in ogni trappola tesa loro, rafforzando così la propria dipendenza e la propria impotenza. Critica le debolezze analitiche e strategiche di questi ambienti. Quali sono, allora, le vie della resistenza, le linee di fuga e di sovversione, la giusta strategia per tutti coloro – e sono molti – che, pur essendo probabilmente intrappolati nelle proprie contraddizioni, non sopportano più il mondo così com’è, ma che, isolati e messi al muro dall’intero meccanismo del capitale descritto nel libro con tanta precisione, non sanno da dove cominciare?

Quando usciamo dal nostro guscio e finalmente ci ribelliamo, troviamo sul nostro cammino un intero piccolo mondo di militanti che ci sbarra la strada, cercando di intimidirci. Sostiene di avere le pratiche giuste, la retorica giusta, l’organizzazione necessaria e tutta una serie di soluzioni già pronte. Ha persino casse e microfoni, e addirittura contatti coi giornalisti; pensate che roba! Ciò che il Manuale di sopravvivenza dimostra è che tutto ciò di cui questa piccola scena dispone sono i suoi fallimenti e la determinazione a ripeterli. Se avesse anche solo la più piccola soluzione, non saremmo dove siamo oggi. Siamo in Francia, un paese dove c’è sempre qualcuno che pretende di istruirti. Quando non è il governo, è l’anti-governo. Gli ambienti militanti sono un vicolo cieco, non un punto di partenza. Non esiste un punto di partenza sbagliato; il migliore è senza dubbio quello in cui ci troviamo, insieme alle persone che amiamo e alle cose che ci stanno a cuore – a patto che smettiamo di raccontarci storie, di giocare al bugiardo gioco del sociale e dei suoi presunti «valori», e a patto che smettiamo di essere terrorizzati, nel profondo. Terrorizzati dall’idea di essere banditi. Questo è ciò che il Manuale chiama il «processo di singolarizzazione». È un processo senza fine. Ecco cosa vuol dire vivere veramente. Nessuno vuole più sacrificarsi. Nessun «valore collettivo» può più imporre il sacrificio. Le realtà collettive devono fondarsi su qualcosa di diverso dalla sofferenza. È proprio per impedirlo che lo spettro della guerra ci viene oggi sbandierato davanti. Ma la vera guerra è tra tutti questi processi di singolarizzazione e il fatiscente ordine dominante che vorrebbe continuare a vampirizzare ogni forma di vita sulla terra. A questo punto, tutte le vie legalistiche sono state sbarrate – sui mega-bacini, sull’autostrada A69, sulla legge Duplomb, sul diritto del lavoro e sul diritto internazionale. «Bruciate tutto, visto che sta già bruciando tutto», recitava un cartello al corteo di Parigi di martedì scorso. «Fanculo quasi tutto!», recitava un altro in modo più sottile. Gli echi che risuonano attualmente tra le rivolte francesi, belghe, spagnole e albanesi non sono una coincidenza. È in corso una guerra tra noi e il capitale, sullo sfondo delle mille forme di dipendenza attraverso le quali esso crede di tenerci prigionieri. L’intero Manuale di sopravvivenza è uno sforzo per aggiornare la nostra comprensione del teatro delle operazioni. Non possiamo riassumerlo in poche frasi. Poco prima di morire, commentando la fatale piega che stava prendendo il regime sovietico, Lenin scriveva: «Non sono perduti (e probabilmente non periranno) quei comunisti che non cedono alle illusioni né allo scoraggiamento, conservando la forza e la flessibilità per ricominciare da capo e affrontare un compito tra i più difficili». In piena apocalisse del capitale, questo consiglio resta valido.


[1] Si tratta di piattaforme nazionali di accesso al sistema di istruzione nazionale francese. [N.d.T]

[2] Compagnies Républicaines de Sécurité: reparti mobili della polizia nazionale francese. [N.d.T.]

[3] Rivolta avvenuta nel dipartimento delle Deux-Sèvres il 25 marzo 2023. La strategia e il dispositivo di polizia, insieme all’incompetenza strategica degli organizzatori e dei sindacalisti, alla loro incapacità di prefigurare gli scenari di guerriglia e all’adeguamento a forme classiche di protesta, ebbero come conseguenza la diffusione di una condizione post-traumatica tra gli insorti e i partecipanti. [N.d.T.]

[4] Storico locale per concerti e opere teatrali nato come sede sindacale a fine Ottocento.

[5] Il riferimento è alla campagna «Blocchiamo tutto», circolata durante l’estate 2025. [N.d.T.]

[6] Principale federazione datoriale francese del settore metalmeccanico e industriale. [N.d.T.]

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Diventare vivi, autonomi, esplosivi. Intervista al Comitato Invisibile

Quella che segue è un’intervista rilasciata, in Francia, in occasione della pubblicazione del nuovo libro del Comitato Invisibile, Manuel de survie. Si tratta di un intervento che avviene mentre le proteste dei liceali sono già in corso, con una contagiosa...

Una metrica per non sentirsi innocui

Breve risposta a "Verso una politica della destituzione". 1. Con le righe seguenti vorrei rispondere alle tesi esposte da alcuni compagni nello scritto “Verso una politica della destituzione”. Mi sembra necessario rispondere, con colpevole ritardo, non soltanto per...

Verso una politica della destituzione

[Tradotto da IllWill. Mettiamo qui a disposizione anche una versione Pdf.] «Ogni generazione deve, in relativa opacità, scoprire la propria missione: compierla o tradirla.» — Frantz Fanon La nostra generazione è con le spalle al muro. E per generazione non intendiamo...

Della crudeltà della fuga. Su Sirat.

Onestamente, se il film Sirat non ti è piaciuto non andare avanti con la lettura, sarebbe inutile. Tanto per mettere le mani avanti. Per una volta, una pellicola cinematografica recente rifiuta di trattare lo spettatore da imbecille, suggerendo una linea narrativa ed...

Alcune banalità di base sul corteo del 31 gennaio a Torino

[Abbiamo deciso di ospitare su Nigredo questo testo non nostro, comparso in forma anonima qualche giorno fa. Non lo abbiamo mai fatto, eccezion fatta per le traduzioni, ma pensiamo che le riflessioni che gli autori e le autrici fanno siano interessanti e possano...

La ferocia del popolo. Necaev aveva un piano

Nichilista, terrorista, “demone” secondo la lettura che ne darà Dostoevskij, Nečaev è passato alla Storia – quella con la S maiuscola – come un folle scriteriato, un esaltato, un freddo omicida. La sua opera più nota, il Catechismo del rivoluzionario, è stata al più...

Rivoluzione e dualismo. Alcune riflessioni a partire da L’Ange di Lardreau e Jambet

Il testo che segue è solo un insieme di appunti su uno di quei libri che lascia abbastanza di stucco sia per la sua stranezza che per il suo essere caduto nell’oblio. Un libro lasciato da parte, nonostante la portata filosofica, politica ed estetica, per motivi che...

Rivolte senza rivoluzione

Pubblichiamo la traduzione dell'articolo di Adrian Wohlleben su IllWill, consultabile sul loro sito. Il seguente articolo trae spunto da un intervento pubblico fatto il 3 ottobre 2025 a Montréal, in Québec. L'intervento si è inserito in un primo evento che ha...

L’onda anomala

Un prima “ricognizione”, partiamo dal movimento studentesco che esplode nel 2008 in Italia tra gli Istituti superiori e le Università, ribattezzatto “Onda Anomala”.

NON VOGLIAMO LA PACE. Note sulle mobilitazioni per la Palestina

I. Le piazze per la Palestina che si sono viste tra l'abbordaggio della Sumud Flotilla e la fragile tregua oggi in corso sono state le più consistenti, in termini numerici, da anni a questa parte; forse tra le più grandi di sempre nella storia recente italiana....