Seleziona una pagina

Una metrica per non sentirsi innocui

Apr 14, 2026

Breve risposta a “Verso una politica della destituzione”.

1.

Con le righe seguenti vorrei rispondere alle tesi esposte da alcuni compagni nello scritto “Verso una politica della destituzione”. Mi sembra necessario rispondere, con colpevole ritardo, non soltanto per senso di amicizia, ma perché i problemi che il testo affronta sono seminali per chiunque coltivi una prospettiva che sia, al contempo, rivoluzionaria e destituente verso la trasformazione del mondo. Sulla scorta di questa risposta, coglierò anche l’occasione per accennare delle riflessioni più generali sui problemi in questione – quelli dell’etica, dell’agire politico, del significato dell’orizzonte rivoluzionario – che riguardano l’orientamento di «Nigredo» come spazio per un dialogo tra rivoluzionari, in qualche modo un «nucleo» che cerca di dare consistenza a idee e progetti comuni, tentando allo stesso tempo di stimolare un dibattito e un’intelaiatura organizzativa più ampia, oltre il contesto locale. Già questa semplice premessa pone molte questioni, ad esempio sul nodo dell’organizzazione, che vanno affrontare con un po’ di ordine.

Il percorso di Nigredo nasce per dare respiro e sistematicità a un piano discorsivo ed etico comune, quindi innanzitutto come un impegno di formazione delle persone che scrivono i contenuti del sito. Gli assunti di tale percorso, spiegati in alcuni scritti introduttivi1, si potrebbero riassumere parlando di una ricerca sulla posizione destituente in due sensi principali: il rapporto con la tradizione rivoluzionaria come riferimento che al contempo ci appartiene e ci lascia orfani, imponendoci un lavoro profondo e radicale di ripensamento; il delinearsi di un momento storico che riconosciamo come controrivoluzionario, stretto dalla presa mortale tra l’incombere della destra fascista e la neutralizzazione operata dal fronte progressista, cioè dalla sinistra. Questa fase controrivoluzionaria si afferma e consolida, a nostro modo di vedere, durante la gestione totalitaria dell’emergenza covid, in cui emergono con molta nettezza sia la complementarità di destra e sinistra nella gestione della macchina biopolitica2, sia l’integrazione di componenti sovversive e antagoniste in un apparato «governamentale» che diventa, all’insegna dell’emergenza, ricatto dell’integrazione sociale, imperativo morale e verità scientifica. La sfera pubblica è quindi, a partire da questa fase ed in forme inedite, completamente incorporata alle varie diramazioni e versioni del discorso controrivoluzionario. Perché ricordo queste cose, condivise da molti compagni in giro per il mondo, ma a cui i più rimangono e rimarranno sordi?

Perché chiaramente un contesto di questo genere, con il bilancio che ho appena fatalmente riassunto, pone la sfera della politica e della militanza sotto una luce del tutto nuova. Non che la critica della militanza e delle forme politiche ereditate dal passato sia iniziata nel 2019, ma l’inanità dell’agire politico come autorappresentazione, valorizzazione, crescita e consolidamento di soggetti visibili sul piano pubblico e social, assume a partire da questo momento una proporzione ed un’evidenza ancora più esorbitanti. Da cui la necessità di un rafforzamento della dimensione soggettiva, di un piano non solo teorico ma etico, umano, analitico, «spirituale» se vogliamo, cioè di rafforzamento della propria postura verso il mondo. Ma anche di un piano materiale distante dalle infrastrutture politico-militanti. L’insieme di tali elementi si può qualificare come il recupero di una dimensione cospirativa che originariamente si innesta nella storia dei movimenti rivoluzionari3: un lavoro di chiarificazione interna, un raffinamento della linea a distanza dalle pastoie del presente più immediato, e allo stesso tempo la ricerca di mezzi pratici di un’autonomia materiale che vada oltre le collettività politiche classiche. Ora, come hanno scritto i nostri interlocutori, le categorie di destituzione e di cospirazione assumono una certa ambiguità interpretativa, specialmente in rapporto alla sfera politica.

Questo significa che il rigetto della visibilità e della politica in quanto rappresentazione può dare luogo a un ripiegamento su dimensioni di pura sottrazione soggettiva ed alterità etica, senza l’effettiva costruzione di una forza alternativa. Per chiarire ulteriormente questa implicazione critica i compagni dicono, nel loro documento, che l’esperienza della rivolta costituisce il punto di accesso ad una posizione destituente ma viene spesso, in seguito, rimossa nel suo primato e nella sua centralità, che sarebbe essenzialmente politica. In altre parole, si arriva ad una visione destituente attraverso un percorso che è quello della conflittualità politica nella sua forma più estrema, il coinvolgimento nella sommossa e nello scontro, ma si rinnega questa matrice in nome di una più ampia e indistinta autenticità dell’esperienza, in cui il nucleo politico finisce per confondersi o dissolversi. Questo è a mio parere un punto essenziale: in prima battuta perché credo che la centralità irriducibile della rivolta vada conservata con ostinazione, pena ridurre l’idea di destituzione a una vaghezza che rischia di scadere nell’esercizio estetico, più che nell’affermazione etica. In secondo luogo, perché la dinamica della rivolta come condizione che forma e definisce la soggettività dei rivoluzionari, è un elemento che a mio parere rafforza l’identità tra verità etica e verità politica, più che metterla in discussione. C’è poi un altro punto da cui non si può prescindere per approfondire il significato della destituzione: la rilettura delle tradizioni rivoluzionarie. Il concetto di destituzione deve infatti essere inteso, e su questo ritornerò specificamente, come utensile per ripercorrere a contropelo l’eredità storica dei movimenti rivoluzionari, individuando biforcazioni e nuclei di intensità nascosti dietro l’apparenza di una continuità univoca che è stata chiamata “movimento operaio”.

 

2.

Come anticipato, la domanda sul significato della destituzione è una domanda sulla condizione di orfani che spetta ai rivoluzionari in quest’epoca storica. Più in particolare, tale condizione porta a ridefinire il rapporto con la tradizione rivoluzionaria e – di preciso – con il valore della sconfitta. La sconfitta è il vero e proprio cono d’ombra del pensiero rivoluzionario, poiché sembra che la tradizione del movimento operaio e il suo culto dell’evoluzione storica abbiano assegnato alle vittorie un ruolo decisamente di primo piano e sproporzionato. Se si osservano i testi, le analisi, lo stesso lessico discorsivo della cosiddetta politica anticapitalista, anche dell’ultrasinistra o del comunismo radicale, si nota un’enorme enfasi sulla vittoria che sopravanza di molto l’effettiva presenza e ampiezza di vittorie reali.

Tuttavia, come ci ricorda esaustivamente Idris Robinson nella sua prefazione al contributo di Tronti sul potere destituente, il vero motore della storia rivoluzionaria è proprio il susseguirsi di sconfitte. Innanzitutto perché solo il bilancio delle sconfitte con cui si sono chiusi i diversi cicli di lotte, permette un perfezionamento strategico e teorico del movimento rivoluzionario. Inoltre perché, come spiegato da Marx in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, il «partito dell’insurrezione»avanza solo suscitando ondate controrivoluzionarie potenti e violente. Almeno finché il mondo capitalista esiste. Il partito storico che rappresenta la continuità della visione comunista nell’andamento delle lotte di classe, in altre parole, si rafforza solo fronteggiando l’offensiva del partito dell’ordine. Una ricostruzione delle vicende storiche incapace di restituire questa realtà è quindi disarmante, perché impedisce di affrontare i problemi che le fasi controrivoluzionarie aprono e portano con loro.

In primo luogo, cos’è un ciclo controrivoluzionario? La teoria dei cicli storici che possono essere delimitati in modo oggettivo ed esatto funziona molto bene se fondata su una concezione deterministica dell’economia e dello sviluppo storico, come il marxismo, ma è meno stringente se si rifiuta questa visione fatalista e si riconosce il giusto peso all’agire cospirativo degli sfruttati. Dire che siamo in una fase controrivoluzionaria significa quindi enunciare una sensibilità strategica e un’intuizione sui rapporti tra le forze in campo, non una tesi ontologica sulla realtà come se fosse un dato rigido e inscalfibile. Un certo Foucault più che Marx. Una visione in cui la notte dei proletari non è stata ancora illuminata a giorno e rimane una possibilità sempre disponibile. La teoria della crisi e dei cicli è stata usata infatti tante volte, in primo luogo da Engels nella sua prefazione del 1895 a Le lotte di classe in Francia, proprio per tenere a battesimo la teoria socialdemocratica: le condizioni generali sono cambiate e non è più possibile la via dell’insurrezione o del combattimento di strada, perché su quel piano la controrivoluzione vincerebbe di sicuro. Cito questi aspetti per dire che il rapporto con il momento controrivoluzionario e con una situazione di sconfitta è stato spesso il banco di prova in cui si sono caratterizzate e differenziate le diverse posizioni nella storia dei movimenti rivoluzionari e più in generale socialisti. Prendiamo un esempio dal passato che è particolarmente significativo, e che proviene dallo studio seminale di Nicola Massimo De Feo sulle tendenze anarco-comuniste tedesche in seno all’altro movimento operaio del periodo guglielmino4. Nel 1858 vengono varate le cosiddette “leggi antisocialiste” di Bismarck, che impediscono qualsiasi propaganda pubblica delle idee socialiste e sindacaliste.

A questa offensiva politica, il partito socialdemocratico e il movimento operaio ufficiale rispondono con un’assoluta ed incondizionata ritirata strategica, all’insegna di quanto verrà poi chiamato “integrazione negativa”. In poche parole: abbandono di qualsiasi azione o propaganda rivoluzionaria, abiura delle idee di sovversione dell’ordine capitalista e tentativo di convincere il governo che la socialdemocrazia ha una funzione positiva di stimolo allo sviluppo di una pianificazione delle politiche sociali, quindi di integrazione delle classi subalterne nell’organizzazione politica dello sviluppo capitalistico. A questa posizione “secondinternazionalista” dei socialdemocratici, generazioni più giovani che emergono anche nella sinistra del partito e che approdano all’anarchismo, oppongono una valutazione diametralmente opposta: l’intensificazione della violenza repressiva invalida definitivamente le pretese di una legittimazione legalitaria del socialismo, imponendo al movimento di abbracciare l’armamento di massa, la propaganda terroristica individuale e collettiva, l’organizzazione del proletariato dequalificato e marginale in un orizzonte di guerra civile.

Nel solco di tale posizione, rappresentata da rivoluzionari tedeschi emigrati come Reinsdorf, Most, Peukert, Roller – con posizioni diverse sul ruolo dell’organizzazione e soprattutto sull’agire individuale – si delinea un’idea dell’autonomia proletaria e dell’azione rivoluzionaria come cospirazione che ritorna a più riprese nella storia successiva delle rotture insurrezionali. L’idea di un’esplosione della condizione proletaria su uno spettro di funzioni e ruoli dequalificati che eccedono una precisa identità sociologica, la lotta rivoluzionaria come liberazione soggettiva immediata, il rifiuto della pubblicità e di ogni tipo di mediazione riformistica, hanno il ruolo storico – come spiega Bériou5 – di mantenere viva la purezza del progetto comunista (quindi del partito storico) oltre le fasi di declino e compromesso.

Questo al di là del fatto che nella temperie di cui stiamo parlando nascono opzioni che sono poi ben diverse: da una parte l’idea di autonomia si sviluppa in movimenti di massa come furono gli IWW, fortemente alimentati dall’emigrazione tedesca, o altre tendenze del comunismo consiliare nell’ondata rivoluzionaria di inizio ‘900 in Germania, sviluppando le pratiche più offensive in comunicazione con un ampio tessuto organizzativo e delle vere e proprie forma di vita diffuse, che saranno la base dell’«altro movimento operaio» e che daranno vita a importanti esperienze rivoluzionarie; dall’altra c’è invece l’opzione più nichilista che esalta la tattica dell’attacco individuale come tale. Il significato dell’aspetto cospirativo, quindi, non è lineare o risolto una volta per tutte, ma può comprendere anche tattiche molto distanti tra di loro: alcuni rivoluzionari tra quelli di cui stiamo parlando, ad esempio, pensavano al gesto violento come propaganda, quindi come mezzo per rendere visibile una posizione, farla conoscere, diffonderla nella masse, aspetto che credo sia poco attuale rispetto alle esigenze dell’oggi, dove i discorsi sono manipolati e divorati senza difficoltà, quindi l’intervento pubblico deve essere usato puntualmente e raramente. Penso. Cosa può significare la propaganda, o forse la provocazione, in una sfera pubblica completamente satura e controllata da registri discorsivi e simbolici a noi nemici (uno dei significati della famosa dominazione reale)?

Ciò che rimane importante come traccia di questo esempio storico, è la consapevolezza che la divaricazione tra l’arretramento sul consenso riformista e sulla legittimazione pubblica da una parte, ed il recupero e il consolidamento di una capacità cospirativa dall’altra, è un fatto ricorsivo nelle fasi controrivoluzionarie. Le fasi controrivoluzionarie si distinguono anzi, probabilmente, anche dal polarizzarsi tra queste due strategie. Dopo la chiusura di una possibilità rivoluzionaria di fronte a una sconfitta, quindi, c’è chi assume il credito di forze accumulate sul piano della politica pubblica, del radicamento, della capacità di mobilitazione e di organizzazione, cercando di spendere questo credito a venendo puntualmente assorbito dal meccanismo che prova ad utilizzare; mentre dall’altra parte c’è chi diserta tale piano e tenta di muoversi lateralmente. Lo vediamo negli anni 2000 a più riprese, quando compagni che hanno attraversato esperienze radicali abbracciano scorciatoie riformiste ed istituzionali di vario tipo, lo vediamo alla fine dell’insurrezione autonoma degli anni ’70, dove peraltro il movimento operaio è al contempo polo di attrazione e di repressione. Lo vediamo prima, nella storia della dialettica e poi del conflitto violento tra socialdemocrazia e movimenti rivoluzionari emergenti.

 

3.

Questo però è il punto su cui secondo me occorre fare attenzione, e rispetto a cui si ritorna sul testo da cui siamo partiti. Dire infatti che la rivolta è il punto di accesso alla verità della destituzione, non significa assolutizzarne il carattere politico, che pure è essenziale. In che senso? Nel senso che le rivolte e le occasioni di scontro violento rappresentano innanzitutto dei vettori di intensità esistenziale, di sospensione della normalità quotidiana, ancora prima di essere dei fatti politici. Politico è invece quanto accade dopo l’evento della rivolta, è ciò che approfondisce la politicità della rivolta stessa organizzandone il seguito e la durata. Visto che i compagni citano Badiou, autore piuttosto indigesto per il suo idealismo, si può dire che sia la fedeltà alla rivolta come evento a rendere tale esperienza qualcosa di politico, portatrice di una verità politica. O ancora: è la continuazione della rivolta in un processo rivoluzionario o nella costruzione di un campo che tenta di organizzare una possibilità rivoluzionaria, che assume valore politico, non la rivolta stessa come momento puntuale o vissuto soggettivo. Quindi, che cosa distingue le prospettive destituenti, dal punto di vista strategico, relativamente a questo piano? Non il rapporto con la centralità della rivolta e la sua priorità logica, ma innanzitutto etica e personale, perché chi fa riferimento alla destituzione come semplice concetto a partire da un percorso filosofico, intellettuale ed estetico, semplicemente sta parlando di qualcos’altro. Chi mette in dubbio che esista una soglia di intensità politica che rende alcune pratiche più vitali di altre proprio alla luce di una presa di partito soggettiva che tali pratiche implicano, dall’impatto che hanno sulla vita, dal modo in cui la trasformano – in altre parole che scrivere un testo di filosofia o organizzare un cine-gruppo non equivale a scontrarsi con la polizia – non appartiene a un campo comune su cui riflettere, al di là di quanto simpatiche ed interessanti possano essere le sua posizioni.
A questo proposito, Robinson elabora alcune riflessioni sulla figura del martire, sulla scorta del filosofo cileno Rodrigo Karmy. Il richiamo al martirio è chiaramente provocatorio, ma il nocciolo della riflessione è pressappoco questo: la rivolta rappresenta – come è stato detto molte volte – una sospensione del tempo storico e della vita sociale ordinaria con tutto il suo carico di costrizioni e assoggettamento. Un simile trasporto estatico costituisce, per alcuni, l’unico modo per dare colore alla vita. Di conseguenza il rivoltoso che si identifica nella figura del martire – in un senso non letterale e spogliato dal suo rivestimento religioso, ma radicato in una forte spiritualità – è colui che non vuole più uscire da questo stato di sospensione, che non è capace di tornare alla catena del tempo e che, per questo, si sente disposto a mettere in gioco la vita.

Ne segue che la rivolta implica necessariamente una rottura di ogni giustificazione razionale che possa tenere insieme fini e mezzi, perché è impossibile per l’insorto calcolare le fasi d’azione che possano associare i primi ai secondi. Lo schema paradigmatico del martire è dotato di sostanza attraverso la sua totale immersione nella rivolta, perché l’individuo diventa sia indisponibile che incapace di concepire una ramificazione delle sue azioni fuori dal presente momento insurrezionale […] Dall’altra parte, il martire cerca di abitare pienamente questa sospensione del tempo, congelando il breve lampo di ribellione, per conseguire così un tipo di immortalità secolare.6

Un gesto singolare che assume valore politico dal momento che supera una certa soglia e, visto e considerato che la maggior parte dei rivoltosi non muoiono al primo scontro con la polizia, se preso sul serio trasfigura il modo di vivere e di stare al mondo. Ci sono altri punti di accesso ad una simile intensità? Certamente. Superano nello stesso modo e con la stessa immediatezza la soglia di cui stiamo parlando? Neanche per sogno.

Quindi dove sta l’elemento discriminante rispetto ai modi di elaborare strategicamente la destituzione? Non nell’alternativa tra politica della destituzione e destituzione della politica, dato che destituire il dominio della politica non esclude un uso del politico, un carattere politico dell’agire. In ogni caso, le differenze si giocano invece nel modo di dosare etica e politica, nel modo in cui superare la soglia che organizza una forza dotata anche di potenza politica. Quindi le differenze possono essere nel modo in cui, a partire da una solida base di natura etica, di tessuto etico condiviso, si affronta l’intervento su quello che è il piano pubblico, delle forze riconoscibili e raggiungibili. Costituire strutture, fare propaganda, aprire degli spazi, usare delle sigle, non è una scelta che credo si adatti nel modo migliore, ora, alla costruzione collettiva che dovrebbe mirare adesso – prima di tutto – a diffondersi, a guadagnare terreno, ad essere ovunque sia possibile e ad approfondirsi. Il che non esclude affatto che si intervenga, che si appaia, che si prenda parola e che ci si organizzi, anche sul piano politico. Invece, la questione è quanto farlo in modo permanente e stabile, quando basarsi su tale ambito per accrescere la propria forza. Ma questa è, appunto, materia di discussione.

 

4.

Non è certo in queste righe che si può sciogliere, tantomeno risolvere, il punto dell’interrogazione della tradizione rivoluzionaria, l’interpretazione della sua eredità come qualcosa di vitale. Su questo argomento abbiamo scritto alcuni contributi, ancora embrionali ma talvolta piuttosto corposi, almeno per impostare un lavoro che spesso ci scoraggia. Tuttavia alcune parole si possono dire, se non altro per suggerire che questo lavoro non consiste soltanto, o principalmente, nella ricerca archivistica e polverosa intorno al 1789, il 1848 o il 1919, ma ha delle ricadute puntuali sul presente. Viviamo in Italia, dove un governo ultrareazionario è in carica da alcuni anni, consacrato dall’impotenza e dalla subalternità assoluta dell’asse politico progressista e delle sue emanazioni culturali e istituzionali. Ciò significa un inquinamento ulteriore del cosiddetto dibattito pubblico – il cui baricentro assume coloriture ideologiche più esplicitamente fasciste – e il rafforzamento di dinamiche repressive che erano ovviamente già in corso da molti anni. Inutile soffermarsi su questo aspetto banale ed evidente: confidiamo nell’acume dei nostri lettori.

E tuttavia alcuni episodi di sollevazione e intensificazione dello scontro si verificano nonostante le condizioni avverse. Si verificano malgrado non siano previsti o voluti da alcun soggetto politico, neppure dai più radicali, che invece si affannano a normalizzare tali episodi come parte di una generica opposizione antigovernativa a fronte di una sproporzionato dilagare della violenza poliziesca. È accaduto dopo il 31 gennaio a Torino, ma rappresenta l’ennesima ripetizione dello stesso ritornello vittimista ed impotente. Quando non si assumono, a sinistra, tesi sulla violenza politica che ricalcano strettamente quelle dei carabinieri – gli infiltrati, i buoni e i cattivi e via discorrendo – l’esplosione di coordinamenti e battaglie antifasciste per la difesa della libertà di dissenso è il livello massimo che il discorso pubblico raggiunga.

Mentre le voci governative si lanciano all’offensiva senza più freni, la vocazione penitenziale (e controrivoluzionaria) della sinistra è quella di scusarsi di tutto, di assumere battaglie idealistiche sulla liceità di un dissenso che ha però rinunciato ad ogni contenuto o discrimine. Dissentire, quindi, per dire cosa? Che è permesso dissentire? Forse, in un contesto del genere, scavare nel bagaglio di gruppi e traiettorie sovversive che hanno già affrontato fasi di controrivoluzione e restringimento dello spazio non soltanto di azione, ma anche di parola, assume nuovo significato. Forse la provocazione è di nuovo una risorsa, ed esplorare posizioni che nel calderone generico della lotta al fascismo sono state in grado di elaborare visioni più precise e profonde delle radici di tale fenomeno, del suo intreccio indissolubile con la natura della democrazia, della civilizzazione occidentale, del capitalismo, è un compito urgente. Senza dimenticarsi, ovviamente, di continuare ad assestare colpi ovunque questo sia possibile.

 

 

 

 

 

 

 

1 Vedi gli scritti Una proposta e Strategia della separazione.

2 Complementarità e priorità, innanzitutto cronologica, del ruolo controrivoluzionario della sinistra, che ha una lunga tradizione storica ed è stata sottolineata fino alla nausea e che continua a ripetersi malgrado – ma forse a causa- di una destra fascista che si fa sempre più aggressiva e pericolosa. In tal senso il supposto insegnamento della storia non sembra servire in alcun modo. E. Riquelme, Dèfaire la gauche, in rete: https://entetement.com/defaire-la-gauche/

3 Vedere lo scritto introduttivo a A.Blanqui, Maintenant, Il faut des armes.

4 N. M. De Feo, L’autonomia del negativo tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 1992.

5Il contributo Théorie révolutionnaire et cycles historiques, scritto da Jean-Yves Beriou nella rivista “Negation”, ora in F. Danel (a cura di), Rupture dans la théorie de la rivolution. Textes 1965-75 (2003), Genève, Entremonde, 2018.

6 Idris Robinson, The Revolt Eclipses Whatever the World Has To Offer, Semiotexte, pp. 151-152.

La strategia della separazione

La strategia della separazione

Affilare un punto di vista rivoluzionario per attaccare il presente è l’orizzonte. Prendere parola in un dibattito che ancora non esiste, inoltrarsi in un banco di nebbia e uscirne fuori con un abbecedario. Gli anni che sono trascorsi hanno devastato le ultime fragili...

Verso una politica della destituzione

Verso una politica della destituzione

[Tradotto da IllWill. Mettiamo qui a disposizione anche una versione Pdf.] «Ogni generazione deve, in relativa opacità, scoprire la propria missione: compierla o tradirla.» — Frantz Fanon La nostra generazione è con le spalle al muro. E per generazione non intendiamo...

Della crudeltà della fuga. Su Sirat.

Della crudeltà della fuga. Su Sirat.

Onestamente, se il film Sirat non ti è piaciuto non andare avanti con la lettura, sarebbe inutile. Tanto per mettere le mani avanti. Per una volta, una pellicola cinematografica recente rifiuta di trattare lo spettatore da imbecille, suggerendo una linea narrativa ed...

La ferocia del popolo. Necaev aveva un piano

La ferocia del popolo. Necaev aveva un piano

Nichilista, terrorista, “demone” secondo la lettura che ne darà Dostoevskij, Nečaev è passato alla Storia – quella con la S maiuscola – come un folle scriteriato, un esaltato, un freddo omicida. La sua opera più nota, il Catechismo del rivoluzionario, è stata al più...

La strategia della separazione

Affilare un punto di vista rivoluzionario per attaccare il presente è l’orizzonte. Prendere parola in un dibattito che ancora non esiste, inoltrarsi in un banco di nebbia e uscirne fuori con un abbecedario. Gli anni che sono trascorsi hanno devastato le ultime fragili...

Una metrica per non sentirsi innocui

Breve risposta a "Verso una politica della destituzione". 1. Con le righe seguenti vorrei rispondere alle tesi esposte da alcuni compagni nello scritto “Verso una politica della destituzione”. Mi sembra necessario rispondere, con colpevole ritardo, non soltanto per...

Verso una politica della destituzione

[Tradotto da IllWill. Mettiamo qui a disposizione anche una versione Pdf.] «Ogni generazione deve, in relativa opacità, scoprire la propria missione: compierla o tradirla.» — Frantz Fanon La nostra generazione è con le spalle al muro. E per generazione non intendiamo...

Della crudeltà della fuga. Su Sirat.

Onestamente, se il film Sirat non ti è piaciuto non andare avanti con la lettura, sarebbe inutile. Tanto per mettere le mani avanti. Per una volta, una pellicola cinematografica recente rifiuta di trattare lo spettatore da imbecille, suggerendo una linea narrativa ed...

Alcune banalità di base sul corteo del 31 gennaio a Torino

[Abbiamo deciso di ospitare su Nigredo questo testo non nostro, comparso in forma anonima qualche giorno fa. Non lo abbiamo mai fatto, eccezion fatta per le traduzioni, ma pensiamo che le riflessioni che gli autori e le autrici fanno siano interessanti e possano...

La ferocia del popolo. Necaev aveva un piano

Nichilista, terrorista, “demone” secondo la lettura che ne darà Dostoevskij, Nečaev è passato alla Storia – quella con la S maiuscola – come un folle scriteriato, un esaltato, un freddo omicida. La sua opera più nota, il Catechismo del rivoluzionario, è stata al più...

Rivoluzione e dualismo. Alcune riflessioni a partire da L’Ange di Lardreau e Jambet

Il testo che segue è solo un insieme di appunti su uno di quei libri che lascia abbastanza di stucco sia per la sua stranezza che per il suo essere caduto nell’oblio. Un libro lasciato da parte, nonostante la portata filosofica, politica ed estetica, per motivi che...

Rivolte senza rivoluzione

Pubblichiamo la traduzione dell'articolo di Adrian Wohlleben su IllWill, consultabile sul loro sito. Il seguente articolo trae spunto da un intervento pubblico fatto il 3 ottobre 2025 a Montréal, in Québec. L'intervento si è inserito in un primo evento che ha...

L’onda anomala

Un prima “ricognizione”, partiamo dal movimento studentesco che esplode nel 2008 in Italia tra gli Istituti superiori e le Università, ribattezzatto “Onda Anomala”.

NON VOGLIAMO LA PACE. Note sulle mobilitazioni per la Palestina

I. Le piazze per la Palestina che si sono viste tra l'abbordaggio della Sumud Flotilla e la fragile tregua oggi in corso sono state le più consistenti, in termini numerici, da anni a questa parte; forse tra le più grandi di sempre nella storia recente italiana....

Lettera di un precario che ha provato a cavarsela sulle mobilitazioni dell’Università

Lo scritto che segue è un gesto terapeutico da parte del sottoscritto, un compagno che ha provato, per pochissimi anni seguiti al dottorato di ricerca, a cavarsela nell’inferno del precariato universitario. Assegni di ricerca, docenze a contratto e altre amenità varie. Era un tentativo perso in partenza di prolungare quello stato di sospensione che è stato il dottorato stesso…