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NON VOGLIAMO LA PACE. Note sulle mobilitazioni per la Palestina

Ott 30, 2025

I.

Le piazze per la Palestina che si sono viste tra l’abbordaggio della Sumud Flotilla e la fragile tregua oggi in corso sono state le più consistenti, in termini numerici, da anni a questa parte; forse tra le più grandi di sempre nella storia recente italiana. Centinaia di migliaia di persone in ogni città, anche nelle piccole città di provincia, sono scese in strada con costanza nell’arco di due/tre settimane. A questa anomalia ha corrisposto un curioso andamento ordinato e tutto sommato “civile” delle manifestazioni nella maggioranza delle piazze. Sebbene la presenza della polizia sia rimasta piuttosto discreta, i disordini o gesti “inconsueti” sono stati pochi, ad esempio pochissime se non nulle sono state le vetrine infrante, le scritte sui muri o gli episodi di piccoli sabotaggi (questo al di là del giudizio o dell’opportunità che questi gesti possono rappresentare). Sulle piazze che hanno esondato il semplice corteo rappresentativo però torneremo, perché l’anomalia di queste giornate non è stata solo aritmetica, ma ha riguardato i comportamenti e la postura di chi è sceso in strada: si è infatti potuto vedere un combinato insolito di disorientamento e combattività, domesticazione ai canali della protesta pacifica e tensione al conflitto.

Forse una descrizione attenta di alcuni tratti fenomenici delle manifestazioni, benché incompleta, può contenere in miniatura delle verità sulle proteste che al momento si sono perlopiù sopite, senza lasciar intendere le coordinate di una loro possibile ripresa di intensità.

1 ottobre. Torino. In un centro/vetrina deserto e non presidiato vari spezzoni di un corteo numerosissimo si muovono caoticamente e senza una vera e propria testa per le vie del centro cittadino senza che nulla succeda; solo le linee di bus deviate segnalano ad un occhio esterno l’evento del corteo.

Da una parte gli scontri scoppiati alla stazione di Milano e altri momenti analoghi che hanno tracimato dalla protesta civile, contribuendo a innescare il crescendo della mobilitazione, non hanno visto delle prese di distanza decise. Si può ipotizzare che le persone avessero riconosciuto implicitamente l’utilità di tali gesti per accrescere l’intensità dell’agitazione, e al contempo la loro incomparabilità rispetto alla drammaticità del massacro in corso. Le voci politiche intente ad accreditarsi nelle proteste hanno di certo fiutato l’inopportunità tattica di fare troppi distinguo o di farli a voce troppo alta. D’altra parte, durante i cortei si avvertiva spesso una forte incapacità di prendere l’iniziativa di fronte a una città vuota, un arredo urbano lasciato incustodito, un dispositivo di polizia tendente al contenimento invisibile o comunque decisamente sulla difensiva. Quindi: nessuna contrarietà pregiudiziale a pratiche offensive, o comunque nessuna determinazione nel farla valere, ma anche una inibizione a uscire dal tracciato ed una sostanziale impreparazione sul come farlo.

Ovviamente le concause che hanno determinato una postura del genere sono molteplici, variabili secondo le situazioni e difficili da discernere. Bisogna anche considerare che in questa breve sequenza di lotta è mancato un dibattito interno che facesse emergere le linee di frattura eventuali e potenziali secondo fisionomie politiche nette. Per delineare biforcazioni e polarizzazioni del genere bisognerebbe che le proteste si inserissero in un “ciclo” più lungo che abbia sedimentato una sua grammatica e vocabolario, delle posizioni riconoscibili e via dicendo. Che facesse seguito a un contesto di altre lotte, insomma, rimandando anche a un contesto oltre il locale.

Queste grammatiche e lenti, tentativi di chiarificazione dell’opacità degli umori popolari sono sempre anche un meccanismo di inquadramento repressivo, è bene ricordarlo. E chi vuole vederci chiaro negli umori delle classi pericolose di solito non è un amico perché ne persegue l’addomesticamento.

Per spiegarsi più chiaramente: il 15 ottobre 2011 tutti sapevano di scendere in una piazza composita e atipica, che però certamente si sarebbe fratturata tra i partigiani dell’ordine e della democrazia partecipativa da una parte, e i partigiani del fuoco e del furore rivoltoso dall’altra. Le coordinate simboliche, politiche ed ideologiche di questa polarizzazione erano inscritte nei precedenti, dalla Spagna alla Grecia. Qui non c’è nulla di tutto questo. Le possibili interpretazioni dell’atteggiamento che abbiamo descritto sono perciò varie e sfumate tra di loro. Ad esempio: i dispositivi morali tipici della sinistra funzionano nonostante la sua assenza in una forma visibile e capace di un vero e proprio controllo politico centralizzante. La morale della sinistra sopravvive insomma, in parte, ai suoi apparati tangibili e alle sue cinghie di trasmissione poliziesche. Non ci sono più servizi d’ordine, cascate in testa, delazioni rivendicate, ma c’è l’autolimitazione ben digerita del cittadino normalizzato. Il tutto corroborato dallo sfondo umanitario dell’evento, cosa su cui torneremo.

C’è anche il vuoto, per la disabitudine già accennata, di un repertorio di pratiche possibile che si possa esprime in eventi come questi. In questo caso proprio nell’accezione pratica: siamo insoddisfatti e va bene, ma che si fa? Quello che capita ci schiaccia a terra. 
La disabitudine collettiva a ritrovarsi induce uno stato di smarrimento tale per cui l’azione risulta bloccata da quei codici comportamentali/discorsivi introiettati in cicli di lotta precedenti, spesso neppure vissuti in prima persona.

L’interesse di questa analisi preliminare non consiste in una lagnanza sui limiti o la timidezza delle pratiche di lotta che sono emerse. Sia perché delle cose interessanti e potenti sono capitate eccome, sia perché non servirebbe a granché fare il solito raffronto deprimente tra le vicende di lotta reali e il metro dei nostri desiderata, rispetto a cui per forza di cose ogni esperienza vissuta non può che sbiadire o essere inadeguata. Il punto è invece che cosa ci dicono questi limiti (se sono dei limiti) sull’epoca che stiamo vivendo. Che verità più profonde ci consegnano, per esempio, sulla reazione “etica” delle persone ad un massacro? Sul modo in cui i partecipanti alle proteste vivono il rimosso della guerra, la brutalità di un genocidio e il senso di rabbia e impotenza che confusamente lacerano il nostro diffuso stato di anestesia emotiva? E queste verità e questi limiti si possono “politicizzare” o sono relegati per essenza alla neutralizzazione del discorso morale?

II.

A Bologna i gruppi organizzano un “assedio” della Stazione Centrale, destinato a fallire. Il sindacato lo vuole fare in modo più ordinato e si presenta con le pettorine all’entrata principale. Vengono subito sommersi di lacrimogeni sparati anche molto bassi. Gli autonomi e altri gruppi vanno su via Carracci dove c’è l’ingresso dell’Alta Velocità. Qui l’attitudine è più offensiva, lo spezzone si scontra con le forze dell’ordine all’ingresso stretto della via, dove sono stati posizionati due cellulari della polizia e un reparto della celere.Potrebbe tutto finire qua: scontri simbolici, qualche post esultante sui social, era comunque impossibile prendere la Stazione di Bologna, è un fortino. Invece la piazza non si ritira, in migliaia restano anche sotto i gas. Poi si decide di rispondere: partono i lanci di oggetti, i lacrimogeni sono rilanciati indietro, la segnaletica stradale diventa un oggetto su cui sperimentare con fantasia, una trentina di persone scelgono un punto più adatto e riescono ad invadere i binari. I treni sono fermi, ma non si resta lì, tutto riparte subito. Inseguimenti nelle vie strette della zona universitaria, si scappa e si risponde. Si andrà avanti fino a mezzanotte. Ci sarà qualche fermo.

Le piazze per la Palestina hanno mantenuto sempre questa apertura: si è intravista la possibilità (e il desiderio) di rompere il corteo come spazio di rappresentazione di “soggetti” politici, cioè come teatro di una dialettica. Prendere sul serio la questione palestinese ha significato un parziale disvelamento: l’esercizio del nudo potere coloniale – la complicità col sionismo – funziona perché si articola con una “ragione umanitaria”, perché il dominio genera la sua mediazione pacifista (due popoli due stati, la pace come accettazione del dominio pacificato). Nella finestra che si è aperta per qualche giorno il 22 settembre, è stato possibile porsi il problema di come rompere lo spazio di questa mediazione: sull’onda dell’episodio milanese ci si è potuti chiedere come organizzare una resistenza che non chiede ragione, ma ha ragione.

Anche se questa possibilità è stata colta solo saltuariamente, in modo parziale, effimero… resta il dato irreversibile di questi pochi giorni. Un’intuizione che continuerà a percorrere per un po’, anche solo in forma di dubbio, le prossime mobilitazioni solidali con la palestina, anche se queste ri-acquistassero i canoni soggettivi e ordinati di un classico movimento no-war.

III.

Le manifestazioni di queste settimane non sono dipese in modo diretto dalle temporalità e spazialità che un qualche soggetto politico tentava di imporre sulla mobilitazione. Né le sigle sindacali, né i comitati, né le sparute presenze di alcuni partiti di sinistra erano in grado di decidere inizio e fine della protesta. Questo è vero nonostante alcune sigle abbiano avuto un peso abbastanza innegabile nello sviluppo e nella preparazione delle mobilitazioni.

 C’è un aspetto che vale però la pena sottolineare rispetto al rapporto tra le occasioni aperte dalle manifestazioni cittadine e locali ed il grande appuntamento nazionale del 4 ottobre a Roma. Si ha infatti l’impressione che le azioni più decise che si sono svolte nelle varie città – questo è vero senz’altro per la città di Torino – fossero vissute da alcuni come una sorta di preparazione graduale e progressiva al momento apicale del grande corteo romano. Il problema è che l’andamento di una protesta (come di una qualsiasi dinamica di agitazione che si esprime spontaneamente, in modo situazionale e non pienamente preparato o previsto) non ha alcun punto apicale di arrivo naturale, frutto di un’ascesa graduale e accentrante. Accade invece che delle possibilità si aprano e richiudono secondo condizioni provvisorie ed impreviste che non è facile controllare. In tal senso lasciar chiudere una possibilità che si apre o raffreddare una forza che si sprigiona in strada, invece che darle modo di agire, può significare scaricarla a vuoto. Nello specifico, il corteo di Roma si è rivelato il meno permeabile ai gesti di rottura che avevano punteggiato le giornate precedenti, riproducendo una situazione fossilizzata di allontanamento dei “violenti”, in cui il dispositivo poliziesco, sorretto dalla vigilanza cittadina, ha funzionato benissimo.

Divisioni e distanze che erano state sospese dall’intensità etica ed emozionale seguita al blocco della Sumud Flotilla, si sono richiuse, facendo riemergere prese di distanza e condanne. Condanne che abbiamo sentito ribadire con una violenza verbale ancora più pesante quando i vari partiti di sinistra, dal PD ad AVS, hanno sconfessato la manifestazione del 7 ottobre. Da una parte è importante affermare in modo perentorio che chi nega la questione palestinese come resistenza e come guerra, appiattendola su un enunciato umanitario di tipo unanimistico e usandola come stampella per ricomporre la sinistra intorno a una istanza-bandiera universalistica senza nemici e senza violenza, è un nemico. Dall’altra è importante capire che una possibilità chiusa o dissipata non è nient’altro che questo: un’occasione persa. Abbiamo visto ragazzi troppo giovani per avere alle spalle una qualche esperienza politica, venire in corteo con carrelli di bottiglie e striscioni rinforzati, per poi ritrovarsi a camminare per 4 ore in una città vuota, e abbiamo poi visto il grande momento unitario infrangersi tra fischi e inseguimenti. Bisogna ricalibrare il modo di muoversi e il ritmo con cui dosare la forza.

IV.

3 Ottobre. Torino, Porta Susa. Arrivati davanti alla stazione, al lancio di qualche lacrimogeno, il corteo si spezza e si dissolve impaurito, mentre in pochi lanciano sassi e bottiglie dei ragazzi ri sistemano un bidone dell’immondizia che era stato usato come barricata ricevendo l’applauso di numerosi presenti. Poco tempo dopo, il corteo notturno finisce con alcune cariche davanti alla prefettura, dove partono piccoli scontri e disordini portati avanti da gruppi sparpagliati di ragazzi, rimasti ormai in pochi. Anche se numericamente poco consistenti rispetto al corteo, gli scontri si protraggono per ore nel centro cittadino, quando ormai il grosso dei manifestanti è tornato a casa e la polizia si muove in forze e con meno scrupoli.

Lo abbiamo già scritto: c’è un’opacità generale delle spinte e degli umori che si agitano dentro i cortei. I nodi di divaricazione e le linee di frattura non sono trasparenti o visibili in controluce secondo codici politici condivisi. Non c’è un vocabolario chiaro per dare voce a queste divisioni che inevitabilmente esistono. Chi vorrebbe un dissenso ordinato e rispettoso, in altre parole, non esprime la sua contrarietà, anche se preferirebbe che gli scontri e gli attacchi non ci fossero (alle officine Grandi Motori contro la Tech Week e la presenza di Bezos, alla sede torinese di Leonardo etc.). Mentre terminiamo la scrittura, l’episodio della contestazione a Fiano ci ha mostrato un ritorno in forze di questa contrarietà interna, cioè della possibilità stessa di dire come si deve protestare.

Se vogliamo mettere una soglia, è con il corteo romano del 4 ottobre che le cose sono cambiate e c’è stata una prima vera esplicitazione dell’opposizione tra buoni e cattivi, manifestanti legittimi e provocatori, un dispositivo che abbiamo visto in azione per anni. Il problema non è, però, la ragione che ha portato i manifestanti più legalitari a far pesare meno del solito la propria antipatia e reticenza verso forme di azione di maggior “insubordinazione” (sempre che una distinzione tra un’attitudine pacifica e una di insubordinazione sia tracciabile in maniera netta, o se, piuttosto, non si riproduca secondo le circostanze e sia qualcosa di mobile all’interno degli stessi individui). Non è neppure nella ragione per cui i portavoce politici autoproclamati, nella loro ricerca di consenso, abbiano ritenuto opportuno esprimere in maniera minore la propria vocazione poliziesca verso i debordamenti delle piazze. Piuttosto, l’aspetto interessante è la ragione di questa opacità delle disponibilità e attitudini, e l’effetto di paralisi che questa scarsa leggibilità ha prodotto, in alcune situazioni, sulla parte più agguerrita dei cortei.

In questo consiste anche l’interesse del parallelismo con grandi cicli passati di protesta che si sono svolti in Italia: nel 2011 o nel 2013 attaccare una banca durante un corteo nazionale poteva significare raccogliere applausi o farsi aggredire, e talvolta consegnare alla polizia, secondo lo spezzone e la parte del corteo in cui l’azione veniva svolta. Poteva essere un atto pericoloso, di stimolo o di provocazione secondo il momento e le persone circostanti. Nei recenti cortei per la Palestina le lenti per orientarsi in anticipo rispetto agli effetti di un atto simile erano quasi assenti, anche se la generale mancanza di servizi d’ordine e apparati forti lasciava un margine di azione, in astratto, molto più largo. Anche sul piano degli slogan e del “discorso”, l’ordinato dibattito (in particolare quello delle sinistre) era impreparato a una rivendicazione della resistenza Palestinese decisa come quella dei GP, a un anti-colonialismo non-vittimista ma offensivo.

Lo diciamo in modo vago e consapevolmente incompleto: in una composizione così enigmatica e così “gassosa” dal punto di vista organizzativo, che ruolo può svolgere il gesto come elemento puramente simbolico, provocazione nel senso sovversivo del termine, strumento visuale di illuminazione, capace, nelle condizioni giuste, di far intravvedere i termini di un conflitto o di un’opportunità che fino a un momento prima rimanevano nascosti? In un momento in cui non esistono discorsi preconfezionati, i gerghi e le forme dell’intervento politico pubblico e rappresentativo parlano a sé stessi, al punto che solo un generale sentimento etico porta le persone in piazza, è possibile che il gesto puntuale acquisisca una forza che in altri periodi e contesti non aveva affatto? 

Dire: “l’attacco del 7 ottobre ha reso possibile la visibilità dei Palestinesi”, scrivere su un muro che “Palestina” è anche il nome di una guerra civile globale in cui prendere partito, che effetti può avere? Che effetti può avere, ancora, attaccare espressamente, in strada, i politicanti che hanno rifiutato di scendere in piazza il 7 ottobre e hanno sconfessato chi lo faceva, tacciandoli per la loro obbiettiva complicità con il sionismo, dire apertamente che gli scontri alla stazione di Milano sono stati la condizione per rendere più dirompenti le piazze. Dire di conseguenza che fare il panico, attaccare la polizia, bloccare la circolazione, sono l’unico vero contributo che possiamo dare ai palestinesi (quando è solitamente meglio essere laconici sulle proprie intenzioni).

Può produrre una reazione diversa da diffidenza e paralisi? In che modo può interagire con ragazzi e ragazze che sono scesi in strada pronti allo scontro per ritrovarsi a passeggiare? Ipotesi rischiose, appunto, ma per ora senza risposta. 

V.

C’è una ragione per la spinta morale trascinante che ha mosso così tante persone in Italia, oltre allo sproporzionato uso della violenza più spietata contro civili inermi, bambini, malati negli ospedali? C’è un’altra tonalità emotiva oltre il senso di pietà e di un orrore soverchiante che immobilizza, tiene a distanza, supera la capacità di immaginazione? Esiste una consapevolezza sorda che pensiamo abbia contato in queste giornate, e non è affatto disgiunta dallo spettacolo di brutalità smisurata contro i civili palestinesi: l’evidenza che le ambizioni imperiali del colonialismo israeliano, come quelle del capitalismo globale e del suo modo di vita marcio e predatorio, non conoscono nella loro affermazione alcun limite giuridico, umanitario, o anche solo di semplice misura. Se una popolazione intralcia le mire di questo progetto imperiale e la congiuntura lo consente, nulla impedisce che questa popolazione sia cancellata per mezzo di un apparato militare taylorizzato ed ipertecnologico in cui basta schiacciare un bottone a distanza per falcidiare centinaia di vite umane.

Questa evidenza mozza il fiato, è traumatica ed è naturale che sia rimossa dalla bolla impermeabile delle nostre vite quotidiane, ma in qualche caso essa affiora, proprio come un trauma, in tutta la sua crudeltà. “Gaza” è per il cittadino occidentale il nome della guerra come realtà permanente da cui ha il privilegio di essere esentato e che guarda con sgomento quando gli è impossibile fare altrimenti. Guerra significa, però, anche resistenza, significa l’attacco che il 7 ottobre ha reso possibile alla popolazione palestinese di tornare ad esistere agli occhi del mondo. Qui non si tratta di inoltrarsi in considerazioni e distinguo su quanto è accaduto in quella giornata, sul corredo di sangue e violenza non sempre ben direzionata che spesso accompagna gli episodi di resistenza in tutta la loro storia. Non per insensibilità alla sofferenza o cinismo, ma perché non riguarda quanto stiamo dicendo. Si tratta invece di dire una banalità essenziale: che il gesto disperato di sollevazione che ha visto i combattenti palestinesi sfidare una delle potenze imperiali più minacciose ed equipaggiate al mondo, mettere in scacco la sua macchina militare e le sue tecnologie di sorveglianza, è il solo evento che ci permette oggi, nonostante la tragedia in corso, di parlare di una resistenza palestinese, di parlare di Palestina e delle mobilitazioni per Gaza. 

Questo è: non una faccenda geopolitica o antiimperialista, ma la percezione traumatica, sconvolgente forse, che anche nelle condizioni più sfavorevoli, disumane, spaventose, la ribellione è possibile, sfuggire alla presa della rete di controllo e repressione è un’opzione percorribile. Indipendentemente dalle riflessioni su Hamas, il 7 ottobre o gli attori odierni del fronte di resistenza palestinese, questa verità è più che scomoda, è una ferità aperta per il cittadino occidentale, perché significa due cose: 

la prima è che c’è una guerra combattuta contro di noi, contro chi è sacrificabile per questo ordine del mondo, contro ogni vivente dotato di una sensibilità, di un’etica e un radicamento in un territorio singolare che abita. Una guerra da cui non possiamo rifuggire in eterno e che non è detto ci sia perpetuamente risparmiata nelle sue forme più cruente.

In secondo luogo, non è vero che siamo completamente e irrevocabilmente disarmati, espropriati definitivamente della capacità di fare uso di una violenza liberatrice. Allora, chi guarda agli eventi Palestinesi dalle latitudini confortevoli dell’Italia e dell’Europa, nella pace apparente di un patto sociale fatto di consumi e sottomissione che si incrina ogni giorno di più, vede in Gaza un oggetto inquietante che provoca paura e inconfessata attrazione. Perché questo oggetto rimosso che è la guerra, la violenza, la minaccia del combattimento, allude anche alla ripresa di una forza offensiva, al desiderio e alla possibilità che la sottomissione finisca.

Abbiamo parlato dell’unanimità di un fronte progressista che si sta ricomponendo, in Italia, proprio intorno alla battaglia delle società civile in sostegno alla Palestina e alla Global Sumud Flottilla: con sindacati e partiti di sinistra che giungono a non condannare troppo fermamente neppure gli scontri e gli episodi più violenti.

Che cos’è questo tentativo di ricomposizione, e la torsione umanitaria imposta al tema di Gaza, se non un modo per ricoprire il trauma di questo rapporto con la guerra?

Crediamo che il concetto di umanità sia il concetto neutralizzante e impolitico per eccellenza, quello in cui le linee dell’amicizia e soprattutto dell’inimicizia che definiscono l’esperienza politica sono ingannevolmente cancellate.

Secondo alcuni psicanalisti ci sono due modi di rivivere l’esperienza di un trauma, la sua logica di ripetizione. Chi vive un trauma ritorna, in modo ossessivo, nella scena che lo ha ferito. Continua a sbattere contro il problema irrisolto che ha causato il trauma. Questo primo modo della ripetizione è la replica: non avendo sciolto il nodo che causa la sofferenza, continua a ritornarci attraverso i sintomi. Se la Palestina è un trauma per lo spettatore occidentale, il militante o l’uomo di sinistra che si sente impotente e disarmato, ripetere le operazioni diversive permette di non affrontare l’evidenza angosciante della violenza, di aggirarla ideologicamente e neutralizzarla, addomesticarla. Il modo umanitario è questo, un sintomo dell’impotenza che non è tagliata, sciolta e rimane irrisolta in una replica continua degli stessi gesti e sintomi.
Il secondo modo è la ripresa: confrontarsi con la ferita che il rapporto con la violenza costituisce, con la nostra impotenza a reagire, a guarire dalla ferita e a fare qualcosa di fronte all’orrore, con la nostra storica inadeguatezza a ripensare diversamente questa violenza, in un’epoca in cui la controrivoluzione sembra coprire ogni spiraglio di vittoria. Il trauma della Palestina può essere affrontato guardando la ferita in modo meno vigliacco, facendo i conti con la nostra impotenza. E intanto, senza fingere una lungimiranza strategica di bilanci politici che fanno ridere, pensare alle proteste sulla Palestina a partire da qui.

VI.

Nell’accumulazione progressiva di consenso attorno alla questione del Genocidio israeliano, si è raggiunto il 22 settembre un punto di rottura: è in quella data che abbiamo visto per la prima volta il possibile superamento della logica civile e umanitaria. Interessante è capire in cosa è consistita questa possibilità, e perché è stata colta solo in modo marginale.

La risposta blanda della polizia, almeno inizialmente, è stata un’oculata reazione alla vastità delle piazze, ma ha generato situazioni che, come già detto, sono state inusuali: giunti di fronte alla possibilità di rendere effettivo quel “blocco” che era stata la cornice discorsiva della mobilitazione, è diventato pensabile un raro esercizio di coerenza, che prendesse sul serio le parole gridate. Per alcune giornate quindi non si è andati in piazza solo a manifestare – cioè, a rappresentare la voce dell’Occidente umanitario che risponde dall’interno all’Occidente oppressore.

Almeno una parte delle piazze, provava a spanne a rendere effettivo un blocco veritiero, cioè, nascevano sul momento, in modo sparpagliato (e non particolarmente efficace) delle proposte d’azione non coordinate ma destinate a impattare con il perimetro imposto dall’ordine poliziesco.

Di fronte all’uso di gas, gran parte delle persone presenti non indietreggiava. Di fronte agli schieramenti di scudi, abbiamo visto baluginare la possibilità di sfidare quegli schieramenti.

Si è percepita, in alcune piazze, la necessità di rompere la manifestazione come semplice riproduzione ordinata di un confronto dialettico. Quindi di andare oltre la sterile misurazione dei rapporti di forza del tutto simbolici, fotografata dalle contrattazioni tra le varie soggettività che dirigono la piazza: sindacati, polizia, politici, opinionisti, collettivi.
 Poiché Gaza ha fatto irrompere un’urgenza etica, per alcuni momenti non ci è bastata la parte dell’Occidente buono che si indigna, nell’eterno dibattito con l’Occidente (cattivo) che esercita il nudo potere. Si è resa necessaria una cesura che spaccasse dall’interno questo dibattito, che imponesse un altro piano di realtà, più vero perché corrispondente all’esercizio di un potere e di un conflitto. Se l’umanitarismo è una forma di esorcizzazione della guerra – perché permette di rispecchiarsi nel palestinese solo in quanto vittima – in alcuni momenti (per quanto effimeri) le piazze per Gaza hanno permesso un rispecchiamento coi palestinesi in quanto resistenti: non piazze pacifiste, quindi, ma piazze alleate della resistenza palestinese. Risulta stranamente azzeccata, sebbene grossolana, l’indicazione del Foglio a proposito di una generazione che ha intrecciato le “cause locali” con la lotta all’ “Israele globale”. Nei momenti in cui un conflitto irrompe risulta più utile leggere il nemico che il finto amico progressista. Possiamo riformulare questa intuizione più propriamente: in alcuni momenti abbiamo sentito che la lotta contro il sionismo e il progetto coloniale israeliano, non parlasse solo di un’indignazione per qualcosa che resta lontano, ma nominasse una frattura che percorre anche la nostra vita.

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