Pubblichiamo la traduzione dell’articolo di Adrian Wohlleben su IllWill, consultabile sul loro sito.
Il seguente articolo trae spunto da un intervento pubblico fatto il 3 ottobre 2025 a Montréal, in Québec. L’intervento si è inserito in un primo evento che ha inaugurato la rassegna “Octobre”, una serie di dibattiti della durata di un mese dedicata alle possibilità della rivoluzione nel nostro presente.
I. L’era delle rivolte è incompiuta.
Coloro che sono in cerca di una scienza rivoluzionaria del presente dovrebbero prepararsi a essere delusi. Non esiste una bussola unica con cui navigare questi mari tempestosi, nessun pass-partout o formula magica che possa reimpostare la rotta e metterci inequivocabilmente sulla strada della rivoluzione. L’oscurità che ci attende all’orizzonte è più profonda di qualsiasi altra che abbiamo conosciuto nella nostra vita.
Tuttavia – anche se chi vive in Nord America potrebbe essere compreso per avere questa visione del mondo – non c’è assenza di movimento: quando allarghiamo lo sguardo, osservando la situazione globale, vediamo onde che si agitano e si infrangono a un ritmo così vertiginoso che è impossibile tenere il passo con tutte, persino per quelli che tra noi ne fanno una pratica.
Solo negli ultimi sei mesi, si sono verificati disordini e rivolte di massa in Turchia, Argentina, Serbia, Kenya, Indonesia, Nepal, Filippine e Perù. E prima di questi: in Bangladesh, Georgia, Nigeria, Bolivia… E questa è sicuramente una lista incompleta. In tutti i casi si è trattato di mobilitazioni che hanno attirato decine di migliaia di persone e hanno portato a scontri sempre più intensi con le forze dell’ordine in molte città, innescando crisi di sicurezza nazionale. Proprio in questo mese il presidente del Madagascar ha sciolto il governo in risposta a tre giorni di proteste violente guidate dalla “Gen Z” contro i tagli alle forniture d’acqua e di energia elettrica e contro la dilagante corruzione politica, nelle strade abbiamo visto sventolare labandiera pirata di One Piece, la stessa che avevamo visto in Indonesia e in Nepal1. Mentre scrivo, una nuova rivolta sta scoppiando in Marocco, dove manifestazioni di massa in undici città si sono trasformate in intensi scontri e riot. A queste vanno aggiunte tutte le precedenti sequenze di rivolte che sono ancora in corso, come la guerra civile in Myanmar, dove gli insorti continuano ad avanzare sottraendo alla Giunta intere città.
In sintesi sebbene la pandemia globale di COVID-19 sia apparsa ad alcuni teorici come un piano malvagio messo in atto per sedare l’ondata globale di rivolte esplose tra il 2018 e il 2019, possiamo dire che questi timori erano fortunatamente infondati, come hanno scoperto gli americani già nel maggio 2020. Nonostante un breve rallentamento dal 2021 al 2023, l’ultimo anno e mezzo ha confermato che la nuova “era delle rivolte”2 (come l’aveva descritta il gruppo comunista greco Blaumachen nel 2011) è tutt’altro che finita.
Il compito della riflessione qui è duplice: situare queste rivolte nelle rotture epocali che attestano e individuare le potenzialitàinespresse tracciando le spaccature tra le pratiche che le animano.
II. L’ordine mondiale neoliberista sta per finire e tuttavia nessun nuovo regime lo ha ancora sostituito. Tutti i partiti che lo popolanosono stati spinti su un piano strategico.
La confusione è grande sotto il cielo, ma non possiamo certo dire che la situazione sia eccellente.
Stiamo vivendo in un interregno. Per quasi due decenni l’ordine globale neoliberista del capitalismo finanziario che si era installato negli anni ’80, e che si è poi diffuso in tutto il mondo negli anni ’90, è stato afflitto da continue crisi di redditività. I partiti politici, incapaci di garantire la crescita economica con i soli mezzi del mercato, si trovano di fronte a una scelta: o essere sconfitti nel prossimo ciclo elettorale da avversari che promettono un qualche tipo di crescita, salvo poi fallire anch’essi nel tentativo di realizzarla , oppure ottenere profitti attraverso strategie extra-economiche basate su guerra, saccheggi, conquista ed espropriazione. Per questo motivo, dalla crisi finanziaria del 2008, il ciclo di accumulazione non può più operare esclusivamente attraverso regole e sistemi immanenti, gerarchie e valori, dal momento che «gli stalli e le impasse… richiedono l’intervento di un ciclo strategico, che funziona a partire dai rapporti di forza e dalla relazione non economica amico-nemico.»3
Ad esempio, qual è il piano di Trump per «ridurre il rischio dell’economia statunitense» attraverso la reindustrializzazione? Partendo da una combinazione di minacce economiche e militari (dazi per alcuni, invasioni per altri), l’obiettivo è quello di costringere i paesi alleati agli Stati Uniti a investire in fabbriche nazionali americane. Come ha spiegato il Segretario del Tesoro Scott Bessent, in un’intervista a Fox News di Agosto4 in cambio dell’«allentamento di alcuni dazi per gli alleati stranieri», Giappone, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti e altre nazioni europee «investiranno in aziende e industrie che noi dirigiamo- in gran parte a discrezione del Presidente. In sostanza gli altri paesi ci stanno fornendo un fondo sovrano». Come ha riassunto il corrispondente di Fox News, «Il Presidente ama le nuove fabbriche […] E se un paio di questi paesi dovranno pagare per il privilegio di aiutarci, va bene.» In altre parole, la crescita e la stabilità americana verranno acquistate direttamente attraverso intimidazioni economiche e ricatti militari.
III. Le rivolte contemporanee e il neo-autoritarismo sono entrambi sintomi del collasso del capitalismo neoliberista.
È in questo contesto che dobbiamo collocare non solo l’ondata di rivolte globali iniziata dal movimento delle piazze e dalle Primavere Arabe nel 2010-2012, e che continua a ravvivarsi, ma anche la reazione neo-autoritaria a esse; da Trump e Bolsonaro a Duterte, Orbán e Salvini. 5 Mentre le rivolte sono guidate prevalentemente da giovani e lavoratori poveri, infuriati per le pratiche neo-estrattiviste di aumento dei prezzi e di accaparramento delle opportunità da parte delle cosiddette élite “corrotte” , che lasciano molti appartenenti alla Gen Z senza altra prospettiva se non quella di partire a lavorare all’estero , vediamo come i potenti neo-populisti di oggi traggano sostegno da una piccola borghesia in declino, ansiosa ansiosa per la contrazione della crescita economica e per il calo dei rendimenti dei privilegi sociali a lungo attesi.
Con l’aggravarsi della crisi della crescita il ciclo strategico delle relazioni di forza, necessario a sostenere il mercato, si dissolve gradualmente, causando la scomparsa delle mediazioni per tutti, sia al vertice che alla base: i deficit commerciali vengono risolti dall’intimidazione, dalla guerra e dal saccheggio dall’alto, mentre dal basso anche le modeste tensioni socio- economiche sfociano direttamente in disordini e rivolte di massa. Queste dinamiche gemelle, procedono in sincronia tra di loro. Non passa mese senza che l’estrema destra ottenga conquiste elettorali o proclami apertamente politiche neogenocide in un nuovo paese; nel frattempo, ogni settimana scoppia una nuova ondata di disordini di massa, che incenerisce stazioni di polizia ed edifici governativi, blocca strade e autostrade, occupa piazze, saccheggia palazzi e negozi, caccia i governanti dalle loro residenze e si rifiuta di disperdersi finché non viene sconfitta con la forza o finché non riesce a deporre un capo di Stato.
IV. La ricomparsa di un piano strategico non rappresenta una rottura con le istituzioni liberali, ma procede attraverso le sue istituzioni.
A questo punto vanno evitati due argomenti che possono generare confusione. Il primo è che il momento attuale costituisca un rifiuto totale degli ordinamenti giuridici e politici liberal-democratici che lo hanno preceduto. Molti liberali hanno cercato di presentare le politiche interne dell’amministrazione Trump come una sovversione delle norme e delle politiche democratiche, che andrebbero pertanto difese. In realtà, accade il contrario. Ciò che distingue i “nuovi fascismi”, da quelli del passato, non è il loro emergere all’interno del quadro della democrazia liberale, cosa che era già vera per i loro predecessori del XX secolo. Ma piuttosto (come hanno recentemente sostenuto i compagni in Cile), la differenza consiste in come gli stati liberali contemporanei «siano riusciti a perfezionare delle politiche fasciste, e a permettere che esse vengano applicate anche all’interno di un quadro democratico; a tal punto da essere riusciti a costruire un’industria intorno al crimine e all’insicurezza ponendole come giustificazione per l’istituzione di tali politiche.»6 Qualsiasi riconoscimento reale di questa situazione richiederebbe che le critiche alle tendenze fasciste dell’amministrazione Trump siano accompagnate da una critica profonda alla democrazia; al contrario, la sinistra progressista persiste nella sua convinzione errata di un’opposizione totale tra democrazia e fascismo. Allo stesso tempo, tuttavia, la dipendenza dei fascismi latenti su quelli che sono quadri giuridici democratici preesistenti, non deve portarci a credere che un ritorno alla democrazia liberale sia oggi ancora possibile. I sostenitori di Zohran Mandami che credono di aver “invertito la rotta” stanno semplicemente recitando una parte. Infatti, la dipendenza transitoria che il fascismo ha nei confronti della democrazia liberale serve solo come presupposto necessario per riflettere sui requisiti di ciò che verrà dopo.
V. La sola certezza, condivisa da tutti, riguarda la necessità di un balzo.
Il fatto che viviamo in un interregno tra un ordine morente e un altro non ancora stabilizzato, significa che l’unica certezza condivisa è quella secondo cui ci troviamo nel bel mezzo di una rottura, e che le contraddizioni del nostro presente non possono essere risolte attraverso strumenti e procedure proprie di quelle istituzioni che ci hanno portato fin qui, anche se sopravvivono in qualche modo fino ad oggi.
Ciò che serve è un «balzo che ci porti fuori dalla situazione.»7 La necessità di questo balzo è percepita ovunque, talvolta in maniera inconsapevole, talvolta coscientemente. È proprio questo balzo quello che si sta già preparando, e sta avendo caoticamente inizio intorno a noi, e che spiega l’audacia sorprendente che esplode in ogni angolo della società: dagli attentati dei gamer 8 al brutale cinismo israeliano a Gaza, fino ai giovani nepalesi e al sottoproletariato che, per vendicare i 21 manifestanti uccisi dal loro governo l’8 settembre, in un solo giorno hanno incendiato la loro Corte Suprema, il parlamento, la casa del primo ministro, e quella del presidente, così come dozzine di stazioni di polizia, supermercati e una sede di un emittente televisiva, rovesciando un governo «in meno di 35 ore.»9 È proprio questo salto, i cui preamboli si sentono già ovunque, che deve essere pensato, organizzato e portato strategicamente avanti fino ad una rottura irreversibile che ci porti lontano dal dominio dell’economia.
VI. Le rivolte contemporanee hanno, nel migliore dei casi, prodotto una consapevolezza del capitale, ma non quella del suo superamento.
In una condizione nella quale le riforme costituzionali possono essere ottenute solo attraverso la rivolta, dobbiamo ripensare il problema del loro rapporto con la rivoluzione.
Le rivolte sono ovunque, eppure, con la possibile eccezione della guerra civile in Myanmar (ancora indeterminata), la stragrande maggioranza — scioccata dalla facilità delle vittorie sulle forze dell’ordine — finisce per chiedere poco più che un ritorno negoziato allo status quo. Questo schema era già presente, in modo evidente, nella rivolta del 2022 in Sri Lanka:
«Le lotte spesso vengono sconfitte non dallo Stato ma dallo shock della propria vittoria. Una volta che hanno preso slancio, i movimenti tendono a raggiungere i loro obiettivi molto più rapidamente di quanto chiunque si sarebbe aspettato. La caduta del regime Rajapaksa avvenne così rapidamente che nessuno considerò seriamente cosa dovesse essere fatto dopo. La finestra che si era aperta si chiuse ben presto. L’aria soffocante della normalità riempì di nuovo la stanza.»10
Un limite fondamentale delle rivolte contemporanee risiede nella cornice stessa della lotta, che tende a ricondurre le carenze di sussistenza a sintomo di corruzione, austerità e clientelismo.11 Questo modo di vedere le cose, che non sfida il capitalismo stesso ma soltanto la sua attuale (mala) gestione, va inevitabilmente a finire nel rimescolamento delle carte in tavola:
«Le critiche alla corruzione travisano quale sia il ruolo che lo Stato effettivamente svolge nelle crisi economiche e sociali, dal momento che si presume che lo Stato possa sempre trovare una via d’uscita dalla crisi attuale, ovvero che potrebbe scegliere di evitare l’attuazione dell’austerità, se solo lo volesse. […] Dopo la caduta del regime, le persone si trovano di fronte al fatto che la logica strutturale della società capitalisticarimane in piedi. I governi insediati dopo la rivoluzione spesso si ritrovano ad attuare misure di austerità assai simili a quelle che avevano inizialmente scatenato le proteste.»12
Da un lato questi fallimenti potrebbero essi stessi essere destinati a contribuire all’emergere di una critica più sistemica del capitalismo, o allo sviluppo della “coscienza di classe” man mano che l’”unità essenziale degli interessi della classe dirigente” diventa chiara a chiunque presti attenzione. Tuttavia, come osserva Prasad:
«[…] potrebbe essere [più] corretto pensare a questo come allo sviluppo di una coscienza del capitale. Perché la rivolta potesse andare avanti, avrebbe dovuto confrontarsi con l’incertezza su come il paese avrebbe mangiato e vissuto mentre la sua relazione con il mercato globale era interrotta. Dopotutto, è solo attraverso e all’interno delle relazioni della società capitalistica che i proletari possono riprodursi davvero.»
In altre parole se una rivolta non affronta il problema di una rottura rivoluzionaria mentre l’ordine è sospeso, la lezione interiorizzata rischia di essere quella della gabbia di ferro dell’economia: i partecipanti diventano consapevoli del capitale in quanto vincolo attuale alla vita, ma non riescono a immaginarne il superamento.13
VII. Le rivolte hanno generato forme alternative di auto-organizzazione e autonomia attraverso le quali si poteva organizzare una rottura rivoluzionaria, senza però comprenderle come tali.
Negli anni ’50, il filosofo tedesco della tecnologia Günther Anders descrisse quella che egli chiamò “vergogna prometeica” che emergeva nelle società industriali, invertendo la relazione classica tra immaginazione e azione. Mentre l’utopismo si basava sull’idea che la nostra immaginazione fosse più grande di quanto esisteva al momento, proiettandosi oltre la realtà, Anders sostiene invece che oggi accade l’esatto contrario: con l’invenzione della bomba nucleare, è emerso un divario prometeico, in cui gli atti concreti ora superano la capacità che i loro agenti hanno di immaginarli, pensarli e percepirli. Non siamo più in grado di comprendere – figuriamoci assumerci la responsabilità – di ciò che stiamo già facendo.14 Siamo diventati “utopisti al contrario”, incapaci di contemplare la portata o le ripercussioni delle nostre stesse pratiche. Siamo più piccoli delle nostre stesse azioni, che ora celano al loro interno qualcosa di insondabile . L’immaginazione, non solo non riesce a superare il presente, ma addirittura non sa raggiungere la realtà.15
Un fenomeno analogo può verificarsi nelle lotte politiche. Anche quando perseguono fini riformisti, i partecipanti a volte ottengono rotture la cui vera radicalità rimane sottovalutata al momento, specialmente quando non può essere integrata nei concetti e nelle categorie ereditate dalla lotta. Gli insorti quindi non riescono a comprendere tutte le implicazioni di ciò che stanno già facendo; e non è detto che se ne accorgeranno quando i cicli di lotte successivi canalizzeranno i loro impulsi per spingerli in una nuova direzione. È in questo divario tra pratica e riflessione, tra mezzi e fini, tra gli impulsi di un ciclo e quelli che poi seguono, che la teoria può svolgere un ruolo di assistenza, tirando fuori l’eccesso nascosto nelle pieghe della storia, la sua Entwicklungsfähigkeit.16
Sotto questo aspetto il movimento dei Gilets Jaunes è stato esemplare. Tra le sue molte caratteristiche creative spiccano due innovazioni. Innanzitutto nonostante i suoi fattori catalizzatori fossero pressioni sociali ben note, come l’aumento del costo della vita, la diminuzione della mobilità sociale, i tagli ai servizi pubblici, ecc., l’organizzazione della rivolta aggirava quelle categorie tradizionali di identificazione politica e di identità sociale a favore di un semplice e replicabile gesto di auto- inclusione: per aderire bastava indossare il gilet giallo e andare a fare qualcosa. In tal modo, il movimento ha superato il problema trotzkista di una “convergenza” tra diversi movimenti sociali forgiati nella separazione (studenti, lavoratori, migranti, ecc.). Sebbene ogni lotta politica richieda un qualche metodo di formalizzazione per delimitare l’appartenenza, l’uso di un oggetto quotidiano, come in questo caso un giubbotto ad alta visibilità, o un ombrello, assicurava efficacemente che la forza combattente fosse definita innanzitutto a partire dalle sue iniziative contagiose, e non tramite riferimenti a un particolare gruppo sociale autorizzato a rappresentarla. Ciò ha permesso ai Gilet Gialli di aggirare con successo un meccanismo centrale della governance: sfruttando l’attaccamento alle identità sociali, contiene gli antagonismi tenendoli all’interno dei canali istituzionali (politiche universitarie, dispute sul posto di lavoro, ecc.). Dalle prime linee di Hong Kong ai “terremoti giovanili” di oggi, riuniti tutti sotto il sigillo impersonale di una bandiera pirata manga[17], ora le rivolte esplodono con forza come contagi virali o “meme-con-la- forza”, invitando a sperimentazioni più aperte, e riducendo il loro potenziale di recupero. Tuttavia, incapaci di riconoscere la forza della propria innovazione, i Gilets Jaunes hanno finito per rifugiarsi nell’immaginario della rivoluzione francese e nel suo simbolo fluttuante, “le peuple” [il popolo], portando così molti a confondere la loro forza innovativa con un risorto populismo di destra. Sopra l’inappropriabile immanenza del meme hanno reiscritto la trascendenza simbolica del mito.18
In secondo luogo, mentre molte rivolte finiscono per essere attratte dai simboli del potere borghese, concentrando così le proprie forze ai piedi di istituzioni della classe dirigente, quali tribunali, parlamenti e stazioni di polizia, i Gilets Jaunes hanno creato basi da cui organizzare la lotta, elaborare strategie e condividere la propria vita, mantenendo una stretta prossimità con la quotidianità. Come è stato osservato all’epoca:
Questa vicinanza alla vita quotidiana è la chiave del potenziale rivoluzionario del movimento: più i blocchi sono vicini alla casa dei partecipanti, più è probabile che questi luoghi possano diventare personali e importanti in mille altri modi. E il fatto che si tratti di una rotonda occupata, piuttosto che di una foresta o di una valle, priva questi movimenti del loro contenuto prefigurativo o utopico.[…] Occupare la rotonda vicino a dove si vive assicura che la fiducia collettiva, l’intelligenza tattica e la sensibilità politica condivisa che i Gilet Gialli coltivano da un giorno all’altro attraversino e contaminino le reti, le amicizie e i legami della vita sociale in queste stesse aree.19
Sentimenti che rimarrebbero utopici in una piazza occupata del centro o in uno spazio come la ZAD (dove la maggior parte dei partecipanti non vive personalmente), ma che una volta spostati nelle rotonde possono infiltrarsi nella vita quotidiana anziché restarne separati. E quando queste basi vengono attaccate dalle forze repressive, ecco che le risorse della vita privata possono rifornirle e ricostruirle, come abbiamo visto a Rouen, dove le capanne improvvisate costruite sulla rotonda sono state distrutte e ricostruite una mezza dozzina di volte.20
L’innovazione non era solo una conseguenza della vicinanza alla vita quotidiana; sarebbe bastato in questo caso occupare i centri dei villaggi in tutta la campagna. Collocando la loro base operativa sulla soglia tra l’economia e la vita quotidiana — nel punto preciso in cui i camion che trasportavano merci sulle autostrade dovevano entrare in città — le rotatorie si posizionavano per funzionare da blocchi di filtraggio, dando agli insorti un vantaggio logistico.
Bloccando la circolazione, non nel punto di massima importanza per il capitale, ma nel punto in cui il capitale entra nello spazio della vita quotidiana, hanno politicizzato la membrana tra vita e denaro, e facendolo alle loro condizioni, non nei luoghi deputati dai simboli del potere borghese, come aveva fatto Occupy Wall Street. In realtà, «il vero orizzonte strategico dei blocchi nell’hinterland non è sospendere completamente i flussi dell’economia, ma produrre delle basi territoriali abitate, capaci di ricondurla ad una dimensione che è mappabile nella vita quotidiana, a un livello in cui essa possa essere compresa facilmente e soggetta a decisioni.»21. Questa combinazione di un’intelligenza logistica situata sulla soglia della vita quotidiana, e tuttavia federata a livello nazionale, attraverso consigli e assemblee regionali e nazionali22, ha offerto un paradigma originale e potente per l’auto-organizzazione insurrezionale. Eppure, anche così, non è stato chiaro se i Gilets Jaunes abbiano mai compreso appieno il valore del loro atto creativo. Anziché riconoscere che stavano reinventando forme e pratiche attraverso cui lo slogan “tutto il potere alle comuni” avrebbe potuto essere ri-adattato ai nostri tempi, la loro attenzione ristretta all’obiettivo di ottenere le dimissioni di Macron ha portato molti ad abbracciare soltanto una diversa forma di proceduralismo parlamentare, la cosiddetta Iniziativa di Referendum dei Cittadini (RIC).23
Per Jerôme Baschet, al contrario, la costruzione di questi “spazi liberati” — una volta portata a termine — avrebbe potuto invece servire come base per un assalto più ampio all’economia, che non solo approfondisse i «legami tra spazi liberati esistenti», ma combinasse
[…] la moltiplicazione degli spazi liberati con dei blocchi generalizzati. Nella misura in cui gli spazi liberati sono in grado di dispiegare le proprie risorse materiali e le loro capacità tecniche, essi possono servire da nodi decisivisulla cui base diventa possibile amplificare, nei momenti chiave, la dinamica del blocco in varie forme. Quanto più spazio liberato abbiamo, tanto più dovremmo essere in grado di estendere la nostra capacità di bloccare. E, al contrario, quanto più si diffondono i blocchi, tanto più essi dovrebbero favorire l’emergere di nuovi spazi liberati.24
Naturalmente, il pericolo sarebbe quello di pensare che ciò che serve sia semplicemente una ripetizione del momento dei Gilets Jaune. Questo errore, che sembrava permeare la bizzarra bolla speculativa quest’estate attorno all’iniziativa “blocchiamo tutto” del 10 settembre in Francia, deriva dalla tendenza a scollegare il problema delle tattiche e delle pratiche evento-come-rottura della loro emersione25. Coloro che vogliono costringere la storia a ripetersi, ne garantiscono solo la farsa.
VIII. Nele sue spinte pratiche la lotta contro l’ICE indica il superamento delle separazioni che avevano ostacolato la rivolta di George Floyd del 2020.
La capacità offensiva espressa dalla rivolta di George Floyd del 2020, è stata ostacolata da una separazione tra la sua capacità di creare luoghi e la sua intelligenza logistica. Le occupazioni che assediavano frontalmente le sale del potere (“rivolta politica”) non sono mai riuscite a combinare in modo significativo le forze con le carovane saccheggiatrici26 che affluivano nei centri e distretti commerciali con manovre di attacco e ritirata (“storefront riot”)27. Di conseguenza la coscienza logistica/infrastrutturale tendeva a rimanere relativamente depoliticizzata, ridotta ad un insieme di tecniche, mentre la coscienza politica rimaneva incollata a edifici svuotati, dal valore per lo più simbolico28.Con la costruzione di hub di difesa, o “centros”, combinata con altre pratiche di tracciamento, pedinamento e blocco, la lotta contro l’ICE ha avviato una ri-politicizzazione dell’intelligenza infrastrutturale, insieme a un’inversione del suo orientamento “cinegetico” (da preda a predatore). Questo fatto, unito alla notevole tendenza a riposizionare la politica negli spazi della vita quotidiana, indica un superamento dei limiti del 2020; e questo indipendentemente dal fatto che i suoi protagonisti lo abbiano tematizzato o meno.
Dopo l’invasione di città statunitensi come DC, Chicago e Portland da parte delle forze federali, il magnetismo simbolico inizialmente esercitato da siti di potere come il Centro di Detenzione di ICE a Broadview, Illinois, ha lasciato il posto a un’etica diffusa di auto-organizzazione di quartiere, superando inaspettatamente persino barriere di classe e di razza. Il baricentro è stato spostato lontano dal tritacarne della guerra d’assedio intorno alle fortezze nemiche, e riportato così agli spazi della vita quotidiana, un fatto che dobbiamo accogliere con favore. I residenti riempiono i loro quartieri sentendo il richiamo dei fischi e dei clacson, carovane di veicoli privati seguono e disturbano gli agenti ICE lungo i viali locali, mentre i vicini del quartiere si radunano attorno a scuole, luoghi di lavoro e venditori ambulanti. I consigli di difesa dei quartieri sono spuntati come funghi in tutta Chicago, così come in altre parti del paese, con attivisti che hanno allestito “centri di difesa” nei parcheggi di Home Depot e in altri spazi frequentati dai lavoratori giornalieri. Secondo una recente guida pratica, questi hub fungono da spazi di incontro che vanno ben oltre le affinità della sottocultura politica, o della vita lavorativa, «offrendo alle persone indignate relazioni radicate nei luoghi, che danno direzione alla loro rabbia».29
Man mano che il nesso tra vita quotidiana e riproduzione sociale si politicizza sempre più, l’intelligenza logistica, solitamente riservata al saccheggio e alle operazioni “smash-and-grab”, inizia a generalizzarsi, a de-specializzarsi, e riesce a diventare accessibile a chiunque sia disposto a unirsi a un “thread” (“filo” inteso qui come canale di signal NDT) di segnalazione locale, e iniziare a pattugliare. Le pratiche di sorveglianza collettiva dal basso, unite a un insieme concreto di compiti – prevenire arresti, garantire passaggi sicuri, disturbare e espellere i nemici – stanno lentamente realizzando ciò che due decenni di movimenti sociali hanno costantemente fallito: reintrodurre la partecipazione collettiva nello spazio metropolitano, su base partigiana e non economica.
Le strategie politiche sono coerenti solo quanto lo sono le verità su cui si basano. Questo riconoscimento ha portato i partecipanti alla rivolta di Hong Kong del 2019 a dare importanza al controllo delle informazioni e al fact-checking. Queste pratiche hanno trovato nuova espressione nelle lotte anti-ICE odierne, che combinano la condivisione delle conoscenze infrastrutturali a un’etica collettiva di presenza nella propria situazione. Nelle città degli Stati Uniti una nuova forma di empirismo politico setaccia la vita quotidiana alla ricerca di segni del nemico. Per poter intervenire e prevenire i rapimenti, le reti di risposta rapida si affidano a informazioni ottenute da attivisti che pattugliano le aree in auto o a piedi, oppure da segnalazioni pubblicate sui social media. Queste informazioni vengono poi filtrate attraverso grandi “thread Signal”, che confrontano descrizioni dei veicoli e targhe, estraggono i numeri VIN e scambiano i dettagli delle località in tempo reale.
Mentre l’uso del protocollo S.A.L.U.T.E.30 garantisce che le informazioni siano complete e fruibili, in queste pratiche c’è molto di più che la semplice circolazione di informazioni fattuali. Parallelamente alla produzione di queste informazioni logistiche, si sta forgiando una nuova sensibilità politica. L’esperienza individuale atomizzata della città lascia spazio a un potere di attenzione collettiva, espresso sia attraverso un continuo tracciamento e profilazione del nemico sia attraverso una sensibilità ai ritmi, ai flussi e alle relazioni qualitative che popolano i luoghi in cui abitiamo. Come osserva la stessa guida pratica, gli hub di difesa «avranno successo, o falliranno, a seconda che tu sia attento alle esigenze dell’area circostante»31. Attraverso questo apprendistato ai segni, la lotta anti-ICE sta contribuendo a dare vita ad un mondo in comune.
La minaccia che questa politicizzazione logistica della vita quotidiana rappresenta per la legittimità delle forze di governo è considerevole. Non c’è dubbio che sia stato per questo motivo che l’amministrazione Trump ha cercato di anticipare la resistenza alla propria offensiva conferendole un’identità e una narrazione pre-confezionate. Invece di riconoscere la lotta per ciò che è, cioè una circolazione memetica di pratiche diffuse di sovversione accessibili a tutti, indipendentemente da ideologie politiche o identità sociali, le forze dominanti proiettano il mito di un’organizzazione gerarchica (“Antifa”) finanziata dalle élite liberali e organizzata militarmente in “cellule”, che prendono ordini da autorità centralizzate. Lo scopo di questa narrazione caricaturale e palesemente falsa non è quella di convincere della sua verità letterale (che non c’è), ma nascondere l’evidenza sensibile che ogni giorno si fa più potente: la dicotomia cittadino/non cittadino è uno strumento intollerabile dell’apartheid violento.
Quali altre potenzialità potrebbe contenere questa nuova ondata di contestazione, ancora invisibile ai suoi partecipanti? Cosa potrebbe ottenere una rete diffusa di consigli di quartiere alimentata da intelligenza logistica collettiva e da capacità altamente mobile di interruzione e intervento se si ampliasse anche solo di tre passi? Per prevenire efficacemente gli arresti e proteggere i vicini, potrebbero essere necessarie forme di blocco logistico più ambiziose. Cosa servirebbe per iniziare a organizzare azioni coordinate in intere città, o per stabilire blocchi-filtro per garantire il controllo della comunità su zone o quartieri? Quali altre ambizioni potrebbero essere sfruttate per tali tecniche di potere popolare, se e quando l’ICE si ritirerà da queste città?
IX. La fine della mediazione potrebbe significare la fine della Sinistra. Sulla sua scia potrebbe prendere forma un nuovo sottobosco rivoluzionario.
Mentre le forze in conflitto competono per determinare la direzione che prenderà il balzo che ci porterà oltre la democrazia liberale, le mediazioni continueranno a dissolversi. Come vettore principale del “soft power”, il ruolo svolto dalla sinistra nel contenere l’energia ribelle attraverso la promessa di un riconoscimento e di una riforma statale, potrebbe cessare di funzionare. Mentre la destra continua il suo attacco frontale alle basi della cultura di sinistra licenziando professori e criminalizzando attivisti e studenti, privando al contempo dei fondi le ONG LGBTQ e per i diritti dei migranti, emerge un’opportunità per reinventare il sottosuolo politico. A tal proposito, il caso del Sudan potrebbe essere istruttivo. Come scrive Prasad:
Dopo una rivolta nel 2013, è emersa una proliferazione di comitati di resistenza che si sono posti il compito di prepararsi alla prossima ondata di lotte. In particolare, questo significava: mantenere i centri sociali di quartiere; costruire le infrastrutture e accumulare materiali che ritenevano necessari; sviluppare reti cittadine e nazionali di compagni e simpatizzanti; e testare la capacità di queste reti attraverso campagne coordinate. Quando la rivoluzione è arrivata, alla fine del 2018, questi gruppi sono riusciti ad agire come vettori di intensificazione. I comitati di resistenza sono riusciti inoltre a sostenere la rivoluzione nella fase successiva, dopo che il presidente Al-Bashir è stato costretto a dimettersi.32
I compiti esatti che una post-sinistra underground deve affrontare oggi restano da chiarire. Se la reazione pubblica a Luigi Mangione ha dimostrato qualcosa, è che essa non deve trarre le sue coordinate politiche dalla classica guerra culturale tra sinistra e destra. È possibile che un movimento ampio, combattivo e audace, capace di scandagliare la storia recente alla ricerca dei suoi vuoti, di far rivivere con tatto i suoi insegnamenti e di perseguirne le conseguenze senza esitazione possa risuonare ben oltre i confini dei silos culturali dell’ultrasinistra, godendo di ampia risonanza in un’epoca di profonda incertezza.
Oltre un secolo fa, Kropotkin scrisse:
“Comunque”, ci avvertono spesso i nostri amici, “fate attenzione a non andare troppo lontano! L’umanità non può essere cambiata in un giorno, quindi non bisogna avere troppa fretta con i vostri schemi di espropriazione e anarchia, altrimenti rischiate di non ottenere un risultato duraturo.” Ora, ciò che temiamo riguardo all’espropriazione, è esattamente il contrario. Temiamo di non andare abbastanza oltre, temiamo di portare a termine delle espropriazioni su scala troppo ridotta, e poco duratura. Non vorremmo che l’impulso rivoluzionario si fermasse a metà percorso, esaurendosi in mezze misure, che non soddisferebbero nessuno, pur generando una grande confusione nella società e interrompendo le sue attività consuete, e non avrebbero alcun potere vitale — si limiterebbero a diffondere malcontento generale, e inevitabilmente preparare la strada al trionfo della reazione.33
Se e quando la situazione si re-invertisse a loro favore, se le stazioni di polizia torneranno a bruciare di nuovo e i politici si nasconderanno nei bunker o fuggiranno in elicottero, allora bisognerà che gli insorti non vengano colti di sorpresa. Non devono permettere che la comune venga sostituita dal parlamento virtuale dei server Discord, ma devono cogliere l’occasione per promuovere esperimenti diffusi e in presenza, di condivisione comunista che attraggano il maggior numero possibile di partecipanti.
Sebbene niente di immaginabile oggi sia adeguato, la storia contiene dei solchi che potrebbero ancora stupirci.
1 Man mano che il meme della bandiera di One Piece circola, esso assume corredi locali. In Madagascar, per esempio, il cappello di paglia è sostituito dal satroka, il cappello a secchiello tradizionalmente indossato dal gruppo etnico Betsileo. Tuttavia, è significativo che l’identità nazionale si presenti come un accessorio posto sopra il simbolo o sigillo contagioso, e non il contrario. Si veda Monica Mark, “Gen Z’ protesters in Madagascar call for general strike,” Financial Times, 9 ottobre 2025 (online).
2 Blaumachen, “The Transitional Phase of the Crisis: the Era of Riots,” 2011 (online).
3 Maurizio Lazzarato, ‘Gli Stati Uniti e il “Capitalismo Fascista”’ (online)
4 Intervista citata in Vasudha Mukherjee, “Trump turns ally investments into $10 trillion US ‘sovereign wealth fund,’” Business Standard, 14 agosto 2025 (online).
5 Che l’era delle rivolte sia apparsa per prima, e sia stata solo successivamente accompagnata da uno sforzo fascizzante per reimporre un ordine centrato sugli Stati Uniti, a livello nazionale e internazionale, non deve confonderci. Il bilancio del ciclo 2008-2013 tracciato dal Comitato Invisibile si concludeva con queste parole: «Niente garantisce che l’opzione fascista non venga preferita alla rivoluzione.» Il Comitato Invisibile, Ai nostri amici.
6 Nueva Icaria, “New Fascisms and the Reconfiguration of the Global Counterrevolution,” Ill Will, 11 agosto 2025 (online).
7 Maurizio Lazzarato, ‘Gli Stati Uniti e il “Capitalismo Fascista”’ (online)
8 Il riferimento qui è all’attentatore di Charlie Kirk, che pareva essere un gamer, appassionato di videogiochi. NdT.
9 Pranaya Rana, “The Week after Revolution,” Kalam Weekly (Substack), 19 settembre 2025 (online).
10 S. Prasad, “Paper Planes,” 31 agosto 2022 (online).
11 Phil Neel distingue tra le lotte sulle “condizioni di sussistenza” economiche/ecologiche e quelle sull’imposizione autoritaria di tali condizioni (“Teoria del Partito,” Ill Will, 6 settembre 2025; tradotto da Infoaut online). La tendenza globale degli ultimi anni è che movimenti sociali di massa, nonviolenti e orientati alla riforma delle condizioni di sussistenza, vengano catapultati nella militanza quando le forze dell’ordine reagiscono in modo eccessivo e aprono il fuoco, spostando così la cornice della lotta dalla prima categoria alla seconda, dall’austerità all’autorità. Gli Stati Uniti fanno eccezione a questo schema: mentre le misure di austerità forniscono pressioni di sfondo, negli ultimi decenni le lotte economiche quasi mai sfociano in disordini combattivi di massa, che vengono invece catalizzati esclusivamente da mezzi autoritari di applicazione. Sebbene una rivolta qui difficilmente esploderà per tagli ai buoni pasto, precarietà abitativa o negazione dell’assistenza sanitaria in quanto tali, le reti attiviste forgiate attraverso lotte di sussistenza contribuiscono talvolta ad approfondire disordini di massa anti- autoritari, come quando l’infrastruttura del sindacato degli inquilini di Los Angeles venne utilizzata per creare centri di difesa anti-ICE all’indomani dei disordini del giugno 2025.
12 S. Prasad, “Paper Planes,” 31 agosto 2022 (online).
13 In questo caso, il deficit dell’immaginazione è una funzione di esperimenti pratici che non furono intrapresi quando avrebbero dovuto esserlo. La Tesi VII esplora lo scenario inverso, in cui esperimenti intrapresi passarono inosservati quanto alla loro potenza.
14 Günther Anders, “Theses for the Atomic Age,” The Massachusetts Review, Vol. 3, No. 3 (Primavera, 1962) (qui in italiano)
15 Per esempio, riferirsi alle bombe nucleari come “armi” e dibatterne l’uso tattico significa assimilarle a uno strumento, un mezzo per qualche fine; eppure, il loro uso minaccia di distruggere il mondo stesso in cui tali “fini” potrebbero essere perseguiti. Il loro impiego annulla dunque ogni relazione mezzi-fini, rendendo irrilevante ogni considerazione tattica. Tuttavia, questo atteggiamento strumentale rimane l’unico modo in cui l’immaginazione riesce a pensarle, nonostante si tratti di un errore categoriale. Si veda Günther Anders, “Commandments in the Atomic Age,” in Burning Conscience, Monthly Review Press, 1962, 15-17.
16 Gilbert Simondon sosteneva che l’“artificialità” del nostro rapporto con gli oggetti tecnici potesse essere corretta solo imparando a concepire la loro evoluzione geneticamente, cioè distaccandoli dagli scopi umani proiettati su di essi e comprendendo invece lo sviluppo dei loro elementi, insiemi e ambienti associati secondo una logica propria. Analogamente, quando studiamo l’evoluzione, mutazione e circolazione degli impulsi e dei gesti pratici attraverso diverse sequenze di lotta, può essere utile sospendere metodologicamente il riferimento ai fini che i partecipanti si sono dati, e considerare invece la loro evoluzione da un ciclo all’altro secondo una logica autonoma. Alcuni hanno espresso preoccupazione che questa attenzione alla circolazione ed evoluzione delle pratiche rischi di cadere in ciò che Kiersten Solt chiama il “nichilismo della tecnica.” A mio avviso, i pro-rivoluzionari non pensano ancora abbastanza in maniera tecnica. Troppi continuano a reificare un concetto astratto e astorico di azione politica in cui i metodi di lotta deriverebbero immediatamente dai fini perseguiti, o potrebbero essere adottati volontaristicamente per puro decreto. In pratica, l’attualità precede la possibilità: tutte le lotte basano la loro esperienza del possibile politico su un serbatoio di impulsi già in circolazione, innovando entro i limiti da essi stabiliti. È questo menu o repertorio esistente — ciò che potremmo chiamare il filum tattico — a fissare i confini di ciò che è immaginabile. E, lungi dal precederlo, la nostra immaginazione spesso gli resta indietro. Di conseguenza, invece di proiettare valori etici e politici davanti alla realtà e trattare la pratica come mero mezzo per realizzarli, la nostra analisi della pratica può essere usata per spalancare l’immaginazione, rendendo di nuovo possibile l’attuale. Questo richiede di tracciare l’evoluzione degli impulsi pratici attraverso le sequenze di lotta alla ricerca di fratture, slanci, e momenti in cui i limiti sono stati superati.
17 Adottando il “Jolly Roger” come bandiera globale, l’ondata di sollevazioni del 2025 ha trasformato il termine “Gen Z” da una banale etichetta demografica al simbolo di una comune spoliazione. Attraverso la sua circolazione virale dall’Indonesia e dal Nepal fino al Madagascar, al Marocco e al Perù, la bandiera pirata “Gen Z” testimonia oggi una tensione familiare tra Stato e capitale: con tutti i buoni lavori locali accaparrati dai “nepo babies”, devi andare all’estero per guadagnare; ma mentre l’ordine neoliberale implode, gli Stati chiudono le frontiere. Il risultato è un’esperienza contraddittoria: i lavoratori sono sradicati ma al contempo confinati, con il loro unico accesso al mondo rimasto che è online. La comunità virtuale della libertà pirata è precisamente il riflesso negativo di questa condizione economica senza sbocchi. Naturalmente, tale condizione non riguarda solo i giovani. L’enfasi sulla “gioventù” sembra avere più a che fare con una virtù paradossalmente negativa: non avere le mani sporche. Essere giovani significa non essere ancora al potere, non dirigere ancora una cricca, non essere ancora implicati in reti di condivisione del potere locali e globali, non essere ancora corrotti. È questa negatività — e non il dato positivo dell’età — che ha permesso a una forza combattiva di crescere attorno al marcatore “Gen Z”.
18 Per una lettura opposta che afferma l’uso del mito nei Gilet Gialli, si veda “Epistemology of the Heart,” in Liaisons Vol. 2: Horizons, PM Press, 2022 (online). Tuttavia, come gli stessi autori riconoscono: “Il problema è che, mentre il compimento del mito contribuisce alla forza della lotta, la tradizione dei vinti deve rimanere vinta per poter restare una tradizione” (375). Qui come sempre, l’affermazione del mito si rivela inseparabile da un culto della morte esemplare, una religio mortis. Il comunismo, a mio avviso, deve essere una scommessa sulla vita terrena, non sull’eternità.
19 Adrian Wohllbeben e Paul Torino, “Memes with Force. Lessons from the Yellow Vests,” Mute, 26 febbraio 2019 (in italiano qui).
20 Adrian Wohlleben, “The Counterrevolution is Failing,” Commune, 16 febbraio 2019 (online)
21 Adrian Wohlleben, “Memes without End,” Ill Will, 17 maggio 2021 (in italiano qui). Ripubblicato in The George Floyd Uprising, a cura del Vortex Collective, PM Press, 2023, 224-47.
22 Anonymous, “Learning to Build Together: the Yellow Vests,” Ill Will, 9 maggio 2019 (online).
23 “Référendum d’initiative Citoyenne” (RIC) si riferisce a una proposta di “emendamento costituzionale in Francia per permettere la consultazione della cittadinanza tramite referendum riguardo la proposta o l’abrogazione di leggi, la revoca dei mandati dei politici e gli emendamenti costituzionali.” Wikipedia (online).
24 Jérôme Baschet e ACTA, “History Is No Longer on Our Side: An Interview with Jérôme Baschet,” Mute, 23 gennaio 2020 (online).
25 Temps Critiques, “On the 10th of September,” Ill Will, 10 settembre 2025 (online).
26 Durante l’insurrezione di George Floyd si è assistito ad una diffusione vertiginosa di saccheggi di massa compiuti da carovane di macchine che si raccoglievano lungo le arterie delle città americane e di volta in volta colpivano un centro commerciale diverso. Per comprendere meglio https://illwill.com/print/cars-riots-and-black-liberation. NdT.
27 Questo argomento è esplorato più approfonditamente in A.Wohlleben, “Memes without End”.
28 La lezione da trarre da sequenze come il Kazakistan nel 2022 o il Nepal quest’estate non è che le sedi del potere debbano essere ignorate o lasciate in pace, ma che non c’è nulla da farne se non raderle al suolo con distacco. Da questo punto di vista, perfino la festa in piscina in Sri Lanka è durata un po’ troppo, distraendo da festività che avrebbero dovuto svolgersi nelle strade, nei quartieri, e alle stazioni di servizio di tutto il paese. Mentre i manifestanti nepalesi riducevano in cenere simboli fisici del potere borghese, non hanno ancora costruito basi di potere popolare indipendente in prossimità delle zone abitate, ritirandosi invece su forum virtuali nei canali Discord dove tramavano per far assegnare cariche politiche ai propri candidati. Nonostante la ferocia del loro assalto, il concetto parlamentare di politica è uscito illeso.
29 Lake Effect Collective, “Defend our Neighbors, Defend Ourselves! Community Self-Defense from Los Angeles to Chicago,” 4 (online). Sebbene il testo oscilli tra una postura “proattiva” di intervento autonomo (4) e una politica di alleanza limitata al “supporto e facilitazione” di ciò che i cosiddetti “locali” fanno (posizionando gli autori come extraterrestri) (5), esso offre un valido kit pratico per individui e collettivi che vogliano intervenire nel momento presente.
30 SALUTE è un dispositivo mnemonico che sta per: size/strength (S) — dimensioni/forza; actions/activity (A) — azioni/attività; location & direction (L) — posizione e direzione; uniform/clothes (U) — uniforme/vestiti; time and date of observation (T) — ora e data dell’osservazione; equipment/weapons (E) — equipaggiamento/armi. Questo schema serve ad assicurare che vengano riportate informazioni dettagliate e complete.
31 Lake Effect Collective, “Defend our Neighbors, Defend Ourselves! Community Self-Defense from Los Angeles to Chicago,” 4 (online).
32 S.Prasad, “Paper Planes.” Con la differenza che, mentre il movimento neoconsiliare del Sudan venne infine sconfitto dall’incapacità di difendersi, un’insurrezione americana dovrà invece esercitare tutta la propria inventiva semplicemente per prevenire la guerra aperta che cova sotto la superficie, affinché esperimenti di autonomia collettiva possano fiorire e fortificarsi nel frattempo.
33 Peter Kropotkin, La conquista del pane.





