Ricognizioni deriva dal latino recognoscere, “riconoscere, guardare attentamente”, ma può anche indicare il movimento di chi esplora il terreno prima dell’azione, per osservare, valutare, preparare. È un passo laterale rispetto al fronte, un momento di sospensione che permette di leggere le linee, capire le forze in campo, immaginare nuovi passaggi. Questa sezione vuole assumere quello stesso gesto: tornare sulle esperienze di lotta, passate o in corso, per trarne orientamento e lucidità. Non un archivio di memorie, ma un esercizio di osservazione strategica —per sapere dove ci troviamo, e dove possiamo ancora andare.
Il movimento studentesco che esplode nel 2008 in Italia, tra gli Istituti superiori e le Università, viene ribattezzato «Onda Anomala». Si tratta di un ciclo di proteste contro i provvedimenti del quarto governo di centro-destra con a capo Berlusconi. A scatenare le contestazioni è l’ennesimo disegno di legge sull’istruzione che amplifica l’ingresso deiprivati nel settore formativo e realizza pesanti tagli ai finanziamenti pubblici, innalzando le tasse universitarie con il pretesto di contenere gli sprechi. Si tratta della riforma promossa dall’allora ministro dell’istruzione Gelmini, ma il provvedimento è in piena continuità con i governi precedenti, di destra e di sinistra, a partire dalla riforma Berlinguer, nel 2000.
Sullo sfondo degli eventi che raccontiamo, va segnalata la comparsa di alcuni fenomeni che segneranno gli anni successivi. In particolare, tra 2005 e 2010, emerge un linguaggio diffuso (con una trasversalità di classe) di rifiuto della classe politica e della politica istituzionale, anche se non delle istituzioni e dei meccanismi istituzionali di legittimazione delle decisioni. Parallelamente si sviluppa un soggetto pronto a rappresentare quei nuovi segmenti sociali che parlano il discorso «dell’anti-politica»: si tratta di quello che diventerà il M5S; partendo dal fenomeno dei Meetup [1] che congiunge il successo del Blog di Beppe Grillo con l’attivazione diffusa post-Genova, passando per il «Vaffanculo-day» del 2007 (organizzato in favore di una legge di iniziativa popolare contro i parlamentari con pluri-mandati), e per il «popolo viola» nel 2009 [2], quando l’antiberlusconismo dà luogo alla prima mobilitazione italiana nata completamente sui social network.
Il dissenso contro la riforma dell’istruzione, in quei giorni, dilaga rapidamente. Facoltà occupate, cortei e assemblee pubbliche, momenti di didattica in piazza, si diffondono in tutta Italia. Man mano che l’approvazione del disegno di legge si avvicina, le iniziative si intensificano su scala nazionale e locale. In mezzo c’è un po’ tutto l’arsenale delle sinistre vecchie e nuove, e i piani si intersecano: scioperi della CGIL e dei sindacati di base, cortei a Roma e blocchi stradali, tavoli di lavoro e piattaforme rivendicative. Perfino il vecchio ministro Cossiga, maestro di repressione contro i movimenti autonomi fin dagli anni 70, responsabile della morte di Giorgiana Masi, ci tiene a dire la sua ed impartire qualche lezione. Nell’intervista ad un quotidiano nazionale fornisce al governo la sua ricetta, sperimentata nei bei tempi andati, per disinnescare un movimento di protesta: usare degli infiltrati, scatenare la violenza della polizia e far sì che le sirene delle ambulanze coprano quelle delle camionette. Tra la sincerità e la farsa.
Il marchio della sinistra in un movimento di dissonanze
In mezzo a questa compagine una buona parte della stampa di sinistra, dei democratici e dei costituzionalisti di primo piano, degli intellettuali e dei progressisti, è solidale con il movimento. «Repubblica», il quotidiano del centro-sinistra, spinge il movimento accordando massima visibilità a una protesta che viene raccontata quasi esclusivamente secondo l’antiberlusconismo perseguito dalla linea editoriale del giornale. Il codice dell’intransigenza anti-berlusconiana in effetti prevale come motivo unificante per i giovani che si impegnano nelle mobilitazioni. Eppure, sotto la superficie, le striature dell’antiberlusconismo iniziano ad assumere sfumature in tendenza tanto ingovernabili per i codici culturali della sinistra storica quanto irriducibili all’ombrello di un movimento sociale di opposizione al (quasi, al tempo) ventennio berlusconiano. Tra i motivi prevalenti nel linguaggio della mobilitazione c’è, ad esempio, quello della «meritocrazia» da far valere contro il mercato. C’è tutta un’affermazione della legalità contro la «casta» che entrerà più tardi a far parte del vocabolario del «Movimento Cinque Stelle», ma che non è ancora diventata invisa all’opinione pubblica di sinistra. Con le spalle coperte dall’antiberlusconismo, il discorso della sinistra ancora riesce a tramutare il principio del merito governato dalla trasparenza, nella garanzia di un interesse generale tradito da una classe politica predatoria interessata a privatizzare il «bene-comune» dell’università pubblica per poterci lucrare. Tramontato il ciclo del Cavaliere, quando le dissonanze dell’antiberlusconismo spurio della generazione dell’Onda continueranno a puntare il dito contro le responsabilità dell’intero ceto politico, non solo quello di destra, il discorso della sinistra, compresa parte della sinistra di movimento, si troverà a sbandierare il professionismo e la responsabilità istituzionale della rappresentanza contro la minaccia dei populismi e dell’antipolitica. Molti aspetti che segneranno fortemente la politica italiana nel decennio successivo sono in via di formazione, ma in uno scenario ancora molto confuso.
Sotto il marchio della sinistra c’è comunque un’autonomia del movimento. Quello sociale ed effettivo. L’Onda rappresenta infatti la prima grande occasione partecipativa e conflittuale per una generazione troppo giovane per aver vissuto in prima persona il trauma di Genova 2001 ma abbastanza prossima a questo per imparentarsi a Carlo e avanzare una volontà di riscatto da quella sconfitta. In questo la possibilità e ancora il limite storico del marchio della sinistra: l’Onda è un vero movimento sociale che però non riesce a non convertirsi nel Movimento, quello con la M maiuscola, il Movimento di una tradizione culturale e politica antagonista e di sinistra che battezza l’insorgenza come una propria creatura, riportandola così al suo proprio modello educativo.
In mezzo le possibilità effettiva per migliaia di giovani dis-educati alla politica, alle loro prime armi, reticenti ai paradigmi formativi tanto della Riforma Gelmini quanto delle Controriforme [3] del Movimento che ricevono il plauso del mondo adulto, dall’opposizione parlamentare del centro-sinistra fino alla CGIL; un mondo che si aspetta propositività e responsabilità per difendere e migliorare il bene comune del sistema di formazione pubblico.
In questo magma allora non mancano le manifestazioni non autorizzate, i cortei selvaggi che talvolta si spingono a occupare i binari delle stazioni ferroviarie, le scritte sui muri e perfino qualche autoriduzione. Per chi ha vissuto il movimento contro la riforma Moratti quando ancora era liceale, la composizione di queste proteste è qualcosa di potente ma non sconvolgente. Per chi è iniziato alle comunità militanti dell’antagonismo c’è senz’altro il piacere di ritrovarsi con le piazze piene ed una forza d’urto insolita, c’è il riferimento speranzoso alla vittoria francese contro il CPE, ma anche un diffuso senso d’insoddisfazione.
Uno sgradevole ricordo sono gli infiniti «parlamentini» in cui mediare, in assemblee plenarie nell’atrio dell’Università, con le posizioni più tiepide. Spesso l’impressione, a posteriori, è che siano i compagni a voler, in un certo modo, imporre dall’esterno le proprie pratiche a un pezzo di società che, in fondo, nelle istituzioni ci crede ancora. Eccome. I litigi anche per una banale scritta, gli umori che comunque sono variabili da un giorno all’altro, a seconda di chi si ritrova in piazza. Più frequente è la frustrazione di dover sopportare quei politicanti in erba delle varie organizzazioni universitarie che nella situazione ci sguazzano e sono sempre pronti a «spompierare». Non esagerare, occupare ma non interrompere i corsi, riprendere la didattica, garantire le finestre per gli esami. Il 14 dicembre del 2010, al culmine di questa vicenda, con la camionetta della Guardia di Finanza incendiata in Piazza del Popolo e la massa che respinge la celere, sarà anche una rivincita emotiva contro tutto questa frustrazione accumulata. L’«Onda» è stata per molti, biograficamente, il campo in cui si sono prese delle distanze e si sono misurate alcune dinamiche politiche, organizzative, umane, in un laboratorio di applicazione ben allargato. Cosa che comunque non è poco.
L’impressione un po’ vaga, comunque, è che i poli di aggregazione dell’antagonismo politico (centri sociali, collettivi, aree di movimento nel loro insieme), almeno in quello stretto frangente, non siano mai davvero andati oltre loro stessi. Ci sono alcune polemiche programmatiche tra chi sostiene il riconoscimento dei percorsi di «autoformazione» dentro il sistema dei crediti formativi – figlio del cosiddetto «processo di Bologna» [4] – mimando l’uso politico della rivendicazione nel quadro dei conflitti salariali e chi, invece, ne propone un rifiuto aprioristico, spesso in nome di una sorta di sacralità dell’istruzione e della «merce cultura». Però questo dibattito, nei suoi alti (pochi) e nei suoi bassi, resta tutto all’interno della cultura politica di sinistra, radicale e un po’ meno radicale. Anche l’accrescimento delle varie realtà studentesche non differisce in modo netto, se non forse per qualche cifra in più, dai fisiologici processi di arruolamento e socializzazione politica che avvengono in ogni ciclo di mobilitazione.
Di due dissonanze che non fanno un’armonia
Cosa il Movimento non recupera del movimento?
La maggioritaria eccedenza sociale da questa griglia è forse proprio in quella parte di studenti e studentesse che, in effetti, non si radicalizza nel senso aspettato. La dissonanza che mostra anche una certa determinazione e disponibilità alla lotta, ma che già parla un vocabolario diverso dal nostro. Un vocabolario che è ancora a metà tra il fenomeno incipiente del populismo e il «popolo viola»: i residui di una «sinistra della costituzione» – dell’antimafia e della magistratura – che già mostra qualche crepa, ma è ancora integrata in una formazione discorsiva impregnata di quel perbenismo che, in Francia, si chiamerebbe «cittadinista». La virtù, il merito, le istituzioni, la competenza addirittura, ma già ribaltati contro la classe politica. Ed un uso del voto che è un po’ fiducioso nel ricambio elettorale ed un po’già intenzionato a far «esplodere le urne».
Le tesi interpretative che circolano nel Movimento, con il suo inveterato vizio sociologizzante, forniscono qualche stimolo alla comprensione ma complessivamente non colgono nel segno, il movimento effettivo si comporta diversamente dalle predizioni teoriche e queste finiscono per diventare una consolazione narrativa senza di fatto costringere compagni e compagne a calarsi nell’ «errore di calcolo». Le letture di marca post-operaista sulla messa a valore dei saperi, la potenza del «sapere-vivo» contro l’università-azienda, le virtù emancipatrici dell’«autoformazione», il lavoratore cognitivo in formazione etc., sono davvero l’appannaggio di ambienti ideologici che hanno indubbiamente una loro presa ed un seguito, ma in fondo parlano dei movimenti nella classe senza circolare in questa e senza che le sue traiettorie reali vi obbediscano.
Quindi cominciano a mostrarsi due tendenze che saranno molto diffuse per tutti gli anni successivi. In primis lo studio della «composizione» e delle sue attitudini «spontanee» vorrebbe supportare abbozzati tentativi egemonici, di ri-cattura della composizione stessa dentro il terreno di una dialettica conosciuta (e questi tentativi come già detto, hanno scarsissimo riscontro). D’altra parte, la presa di distanza necessaria al gesto sociologico significa anche messa a distanza delle condizioni reali in cui certe novità stanno emergendo, con l’effetto che quella stessa generazione, nelle sue componenti cresciute in (e formate a) un linguaggio di Movimento, non riuscirà a parlare dei nodi epocali che pure la attraversano: la persistenza (accanto alle retoriche meritocratiche) di una certa idea di emancipazione e realizzazione personale tramite la formazione, nonostante la pesante crisi e ristrutturazione del mondo della formazione; lo spazio dei “saperi” come terreno dove si consuma uno scontro tra l’idea del Sociale e le forze che lo frammentano; la ridefinizione profonda dei significati della Politica e del politico, ecc.
Pezzi di movimento, partecipanti reali alla lotta, mischiati a essa e in essa anonimi, e quindi proprio per questa ragione portatori di un proprio peso specifico, non diventeranno mai cognitariato organizzato. Anzi la dinamica che si produce in termini maggioritari è inversa e non solo in ragione della sconfitta dell’Onda: dopo il 14 dicembre scatta la corsa e bruciare gli esami e lasciarsi l’università alle spalle, in pochi potranno proseguire negli studi post-lauream anche per effetto dei tagli e chi ci riesce è costretto ad adattarsi al nuovo regime altamente precarizzato, il mondo della politica istituzionale di sinistra, dai partiti ai sindacati, che avevano sponsorizzato il movimento, non assorbono l’«intellettualità diffusa» formatasi nella mobilitazione. La tonalità emotiva dominante oscilla insomma tra la disillusione, la sensazione di tradimento e il risentimento. L’Onda rappresenta l’ultimo movimento di lotta per l’integrazione in un patto sociale redistributivo in cui all’investimento in capitale formativo sarebbe corrisposta un’egualitaria socializzazione dei profitti del progresso comune. È così che la profonda proletarizzazione, segnata dal raccapezzarsi in un mondo in cui “la laurea non paga più”, che segue al dissolvimento di questo patto, conserva come eredità della propria esperienza di lotta l’invarianza emotiva di sentirsi scippati di un futuro ancorandosi alla memoria di un passato di garanzie mai vissute. Complessivamente una penisola generazionale si stacca dal continente della fiducia nella politica istituzionale senza disaffezionarsi alle istituzioni. Si cerca una politica di rigenerazione istituzionale. Sarà un ciclo breve. La vittoria elettorale del Movimento 5 stelle nel 2013, con la sua rapida normalizzazione nel quadro governamentale, in poco tempo dissolve quest’ultima speranza completando la deriva dal continente delle verità ufficiali, quelle dell’ordine democratico nel suo complesso. Ma qui si esaurisce l’eredità dell’Onda, un’esperienza comunque inalienabile dal valore democratico contiguo e in dialettica con quello dell’ordine democratico. La memoria di un passato mai vissuto e da riscattare sarà raccolta da altri arcipelaghi ormai irrecuperabili anche alla simpatia per l’ideale di democrazia, perché troppo compromesso con l’ordine della democrazia.
Il discorso, quasi sempre molto vago, sul ruolo conflittuale dei saperi, e l’abitudine al gesto di “analisi”, lasceranno in eredità all’arcipelago del Movimento un sospetto istintivo verso quelli che abbiamo chiamato “oggetti non identificati”. Non solo verso i segmenti sociali specifici che di volta in volta saranno caratterizzati da una tendenza di voto, o da una rivendicazione, o da una mobilitazione come nel caso dei Forconi: saranno delle galassie di linguaggi, estetiche e emozioni a diventare problematiche di per sé, per ciò che rendono esplicito (per il fatto stesso di esplicitare un terreno di apertura senza chiare direttrici strategiche). L’attitudine organizzativista radicata nella storia lunga delle sinistre italiane, favorirà un meccanismo istintivo di messa a distanza: si tende soggettivamente a rifiutare ciò che scompone e mette in crisi la propria esperienza sensibile di cos’è la Politica, e in particolare la dialettica (più o meno esplicita) tra movimenti e istituzioni. La scissione tipica del “militante” (tra la sua propria forma di vita e il suo ruolo strategico-rivoluzionario) diventerà un elemento di autolegittimazione dell’agire, quasi una autodisciplina spirituale, e aprirà la strada a una difesa emotiva e discorsiva di quella Politica che l’epoca sta disgregando. Il terreno della parola liberata, sarà progressivamente abbandonato (a volte in favore di tentativi di intervento negli spazi della comunicazione, ancora una volta senza successo): l’attitudine distruttiva/sottrattiva/ironica di alcuni slogan (anche dell’Onda, ma soprattutto presente come bagaglio nella storia lunga dei movimenti italiani) sarà vissuta con disagio solo pochi anni dopo, oppure sarà confinata in una irrimediabile separazione dal piano dell’azione.
Ma tornando al periodo dell’Onda, in mezzo a tutta questa esperienza c’è anche l’incontro tra molti compagni e compagne che, dentro la scacchiera delle pratiche e delle posizioni presenti, si ritrovano poco. Un’altra dissonanza. Studenti che stanno dentro strutture politiche, si muovono ai loro margini o le hanno disertate, ma che comunque vivono la fase con insofferenza. Un’insofferenza che è il sentimento spontaneo di studenti che non si riconoscono come tali e che non vogliono lottare, o fare politica, in quanto tali: è una condizione ingenua e piuttosto comune, di fuga dalla propria collocazione sociale, dal modo in cui si è situati, ma è anche una naturale estraneità a un ruolo e ai suoi linguaggi. In questo senso ha un potenziale, è già qualcosa. In molte città gran parte dei percorsi di lotta e di vita che negli anni successivi si faranno sentire, nascono da questa ingenuità che a dire il vero suscita il fastidio di molti militanti: quella di voler stare all’università senza essere studenti e senza comportarsi come studenti, di prolungare questa sospensione, questa «vacanza dalla vita», come dice Ulrich in L’uomo senza qualità. Il formarsi di varie occupazioni, squat, collettivi, situazioni di quartiere promosse da giovanissimi e arrivate a ricoprire una certa importanza aggregativa, derivano da tale impulso. Naturalmente si può evocare la lotta contro i centri di espulsione per migranti, quella sulle condizioni abitative o la resistenza alle retate nei quartieri popolari, come avviene per il caso di Torino – ad esempio – ma a monte c’è questa esigenza esistenziale di stare bene, uscire dai ranghi, avere i propri spazi. È una vecchia storia e continua a funzionare così.
Quando nel 2010, a Torino, viene occupato «Il Palazzo», un’enorme caserma dei pompieri abbandonata che viene utilizzata innanzitutto per un incontro di tre giorni contro i
«Centri di Identificazione ed espulsione», è proprio nel periodo di ripresa della mobilitazione studentesca, la cosiddetta Seconda Onda, la coda della prima con proporzioni sociali meno ampie, più radicalità ma anche più controllo da parte della cultura politica del Movimento, che riesce con più facilità ad imporsi come egemone soprattutto nelle pratiche: assemblee, cortei, blocchi stradali e occupazioni. Niente di totalmente inedito ma comunque attraversato da uno spirito di radicalità che non si vedeva da diverso tempo. Dietro a questa iniziativa, che avrà lungo seguito in città, c’è in primo luogo la volontà di essere una «banda» e di organizzarsi al di fuori dei gruppi esistenti, di essere autonomi da tutto e da tutti. Di segnare, insomma, una discontinuità. L’ondata di occupazioni che c’erano state a Milano in quel periodo, in particolare «La Bottiglieria» di Via Savona 18, sono inoltre di ispirazione: sia per la determinazione nel reagire agli sgomberi, facendo saltare un certo “galateo” di concertazione e rinuncia, sia per la creatività dei linguaggi e l’inclassificabilità nelle varie aree di movimento. Si tratta di dinamiche ancora molto distanti dall’apertura al «mondo», ai profili impuri che si incontrano nelle lotte reali e alla messa in discussione delle proprie categorie, ma che contengono già una tensione di rottura netta con le abitudini acquisite della prassi militante. Un tipo di approccio, quindi, che può disporre ad accogliere ciò che non è facilmente identificabile, può essere almeno propedeutico, diciamo. Queste esperienze sono anche un primo confronto, per molti, con qualche misura cautelare e provvedimento repressivo.
Se nel 2008 la mobilitazione aveva avuto un traino prevalentemente universitario, nel 2010 le mobilitazioni si diffondono tantissimo nelle scuole superiori. Qui si respira un clima diverso rispetto agli anni precedenti e cresce la sensazione di poter finalmente osare qualcosa di più. Inizia nell’autunno un’ondata di occupazioni nelle scuole e di cortei, un vento di novità.
A Milano, città allora estremamente pacificata dal punto di vista del conflitto, vengono occupate numerosissime scuole superiori, alcune delle quali mai occupate prima. In un liceo che non veniva occupato da circa sei anni, al mattino dopo la prima notte di occupazione si presenta la polizia per effettuare lo sgombero degli studenti. Allora non era usuale vedere celere e DIGOS entrare all’interno degli istituti, così come all’interno delle università, e l’episodio risultava quindi di grande impatto, specialmente per gli studenti. Le operazioni di identificazione si erano protratte più a lungo del previsto causando un grave ritardo nell’apertura della scuola. Quando finalmente gli studenti vengono riportati fuori scortati dagli sbirri, questi vengono travolti da una massa umana che scandendo cori contro la preside rioccupa seduta stante la scuola. Restò poi occupata per una settimana intera, con buona pace della preside e della polizia. Il clima che si respirava quindi era molto intenso e portò alla diffusione virale di una certa radicalità di gesti e di parole, da scuola a scuola e di città in città.
Ed è lì che arriva il 14 dicembre del 2010, inaspettato. Ricordo che non c’ero a causa delle firme quotidiane in commissariato, a seguito di un piccolo e rocambolesco corteo non autorizzato a cui erano seguiti degli arresti. Si tratta va di una manifestazione improvvisata in solidarietà a un gruppo di migranti che, in lotta per ottenere il permesso di soggiorno, erano saliti per 16 giorni su una gru, a Brescia. Il 14 dicembre, quindi, mi sono dovuto accontentare del corteo studentesco di Torino, riservato ai pochi sfortunati che non erano partiti per Roma. Il punto di conflittualità più alto è stato un lancio di ortaggi contro la sede di un partito di destra, in centro. Il corteo romano avveniva, invece, in concomitanza al voto di fiducia al governo che doveva avvenire nelle aule parlamentari. Quando la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni viene respinta alla Camera – e Berlusconi è riconfermato – la piazza, fuori, esplode. Le immagini dei cordoni di polizia respinti, di un agente a terra che si prende le sue sonore bastonate, dei mezzi delle forze dell’ordine attaccati, distrutti, in un caso dati alle fiamme, gira molto rapidamente anche tra chi è rimasto nella propria città. Inutile dire che il senso della possibilità aperta, magari anche sovrastimato per l’esaltazione, è enorme. Come enorme è lo spartiacque percepito verso quelli che sminuiscono l’accaduto, si accomodano in tavoli di mediazione, vogliono ricomporre lo strappo. Come quel pugno di autoeletti rappresentanti degli studenti che, a pochi giorni dagli scontri, incontrano il presidente della repubblica in delegazione. In pochi, francamente, capiscono. Per tutti sono i «chi- cazzo-sono?»
Oggi, a distanza di tempo, riusciamo più chiaramente a vedere i limiti di quel breve eppur intenso ciclo di lotta. L’onda del 2008, e il suo ritorno del 2010, hanno sì rappresentato una grande occasione di mobilitazione, ma non hanno mai realmente scompaginato nulla. L’occasione che si è veramente persa, forse, è stata quella di reinventarsi, cercare di esplorare nuove forme di lotta e di organizzazione. A ben vedere ci sono state delle esperienze in questo senso, e di fatto una rottura col “centro socialismo” si è prodotta, ma anche queste rotture sono avvenute dentro la militanza e mai veramente contro di essa.
Rompere con la tradizione militante italiana resta ancora oggi un obbiettivo da raggiungere, paradossalmente anche per alcuni militanti ormai disaffezionati a questa forma. D’altra parte è giusto domandarsi: possono essere i militanti coloro che portano questa rottura? In questo senso il ciclo di lotta di cui abbiamo parlato fin qui rappresenta un ottimo esempio. Quando i compagni vi si sono avvicinati, hanno semplicemente portato ciò che avevano da offrire: il proprio linguaggio, le proprie pratiche, i propri enunciati e la propria postura. In una parola: la propria tradizione. Se allora non potevano essere i compagni a cogliere questa possibilità, poiché ovviamente inscritti nel limite soggettivo che li accompagna, è giusto però chiedersi chi avrebbe potuto farlo. Come detto questo movimento ha avuto una composizione estremamente legata alla galassia della sinistra, anche se a volte in rottura con sé stessa. Ma si può forse chiedere alla sinistra di farsi rivoluzionaria? Il più grosso limite di questo movimento allora forse è stato proprio questo: non poteva dare molto di più di quanto effettivamente ha dato, poiché fisiologicamente limitato. Il suo miglior prodotto è sicuramente anche l’unico tutt’ora tangibile e cioè una nuova generazione di militanti. Militanti che avranno, a partire da quel momento, la possibilità di scontrarsi contro questo mondo, di assaporare il gusto dell’organizzazione più bella e di sperimentare sulla propria pelle tutti i limiti della militanza.
- Nel 2005 dal Blog di grande successo del comico di Beppe Grillo parte la proposta di organizzarsi su base locale tramite il social network Meetup, una piattaforma che permette la comunicazione e l’incontro su base locale.
- Un movimento attivistico italiano nato in quegli anni soprattutto in senso «antiberlusconiano». Si raccoglie intorno alla pratica dei girotondi nelle piazze come forma di testimonianza civile e ha come megafono la rivista Micromega. Comprende tra i suoi esponenti molti intellettuali, da Andrea Camilleri al giornalista Marco Travaglio, ma anche l’ex magistrato Antonio Di Pietro e Beppe Grillo. È il brodo di coltura in cui coesistono il cittadinismo di sinistra che diventeranno Le Sardine e il populismo legalitario anti-casta che dà vita al Movimento Cinque Stelle, infatti al suo interno convergono personaggi di area Partito Democratico ed membri dell’Italia dei Valori (partito di Antonio Di Pietro).
- Si tratta di disegni programmatici di modificazione del sistema universitario decisi consultivamente dagli organi del “Movimento”, per mostrare all’opinione pubblica il proprio carattere propositivo e costituente. Ricevono naturalmente il plauso di tutta la sinistra riformista.
- Il “Processo di Bologna” è un accordo intergovernativo europeo firmato nel 1999, che doveva realizzare, entro il 2010, una modifica dell’istruzione superiore ed universitaria nel senso richiesto dal mercato del lavoro e dallo sviluppo economico. Ad esso risponde l’introduzione dei crediti formativi, del modello di partizione tra laurea triennale e specialistica, ed in generale tutte le riforme che si sono susseguite nel settore educativo durante gli ultimi decenni.





